Ricorda ancora perfettamente quella sensazione di impotenza mentre cercava di rianimare Sara. «Come è possibile, pensavo, che il cuore non sia ripartito mai? Ebbi l’impressione che qualcosa di esterno all’organismo lo impedisse». Come si sente Vincenzo Cuzzone, 43 anni, direttore della Rianimazione dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, ora che dalle tante analisi effettuate in Italia e all’estero, è emerso che Sara Di Vita e sua madre Antonella Di Ielsi sono state avvelenate dalla ricina? Era la contaminazione da ricina a impedire al cuore di Sara di ripartire. E poche ore più tardi ucciderà anche Antonella.
«Come mi sento? Con un grandissimo amaro in bocca. In questi mesi mi sono chiesto sempre, continuamente: forse avremmo potuto fare qualcosa, qualcosa in più? Purtroppo, come adesso emerge chiaramente, non avremmo potuto fare niente altro». La coscienza del medico non rimorde più forse, ma resta la tristezza per due vite spezzate in modo così inspiegabile e inaccettabile.
Il 27 dicembre il decesso della 15enne di Pietracatella. «L’evoluzione, lo dissi subito, fu violenta e rapidissima, anomala. Quando i familiari della ragazzina che avevamo cercato in ogni modo di rianimare mi riferirono che anche la madre aveva gli stessi sintomi chiesi loro di portarla in ospedale e la ricoverammo subito attraverso il Pronto soccorso, ricordo che era la sera tardi del sabato. Purtroppo morì la mattina dopo. Clinicamente, nulla poteva spiegare quell’evoluzione». Se non un avvelenamento.
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