«Sin dall’inizio ho capito che qualcosa non tornava». È una testimonianza lucida e carica di umanità quella affidata al Corriere della Sera da Vincenzo Cuzzone, direttore della Rianimazione dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, tra i primi medici a intervenire nel tentativo disperato di salvare Sara Di Vita, la 15enne di Pietracatella morta il 27 dicembre, seguita il giorno dopo dal decesso della madre Antonella Di Ielsi.
L’intervista, realizzata da Luca Pernice, ricostruisce dall’interno quei momenti drammatici, oggi riletti alla luce dell’ipotesi investigativa dell’avvelenamento da ricina.
Cuzzone ripercorre con precisione clinica e partecipazione personale le prime fasi dell’emergenza. «L’evoluzione del quadro era troppo rapida, anomala», spiega. Madre e figlia presentavano un decorso «praticamente sovrapponibile», sviluppatosi «negli stessi tempi e con le stesse modalità»: un elemento che, fin da subito, ha fatto scattare nei medici il sospetto che non si trattasse di un caso ordinario.
Il momento più drammatico resta quello in sala di rianimazione. «Continuavo a chiedermi perché il cuore non ripartisse», racconta. Nonostante ogni tentativo, ogni manovra, il cuore della ragazza non ha mai ripreso a battere. «È stato lì che ho capito che c’era qualcosa di diverso rispetto ai casi che affrontiamo ogni giorno».
Il sospetto si rafforza quando emerge che anche la madre, a casa, presentava gli stessi sintomi. «Ho chiesto immediatamente il trasferimento in ospedale», spiega Cuzzone. Ma anche in questo caso il decorso si è rivelato fulmineo e fuori dagli schemi: «Una insufficienza multiorgano improvvisa, non tipica delle patologie che trattiamo. Sembrava esserci un agente in grado di colpire contemporaneamente più organi».
Per mesi, il dubbio ha accompagnato il lavoro dei medici. «Mi sono chiesto se avessi potuto fare qualcosa in più. È una ferita che resta», ammette il primario. Oggi, però, la possibile spiegazione legata alla ricina cambia la prospettiva: «Sapere che probabilmente non c’era nulla che potessimo fare consola, almeno in parte. Anche per i colleghi del pronto soccorso».
Il nodo centrale, dal punto di vista clinico, è proprio questo: l’assenza di strumenti terapeutici efficaci. «Non esiste un antidoto per una sostanza come la ricina», sottolinea. Anche una diagnosi immediata non avrebbe modificato l’esito. «Non è riconoscibile in tempo utile e, soprattutto, non è trattabile in modo specifico».
Un paragone aiuta a comprendere la gravità della situazione: «Anche nei casi più estremi, come un aneurisma rotto, abbiamo strumenti per intervenire. Qui no. L’organismo non ha dato alcuna risposta alle terapie». È questa assenza di reazione che ha reso il quadro ancora più drammatico e incomprensibile.
Dalle informazioni acquisite successivamente, emerge anche la pericolosità estrema della sostanza: «La dose letale è bassissima, parliamo di quantità minime. Non esiste una vera zona intermedia: o si sopravvive o si muore rapidamente».
Infine, il trasferimento del padre della ragazza allo Spallanzani, disposto dallo stesso Cuzzone: «Per precauzione, e forse anche per eccesso di zelo. In questi casi è fondamentale non lasciare nulla al caso».
Resta, al di là degli aspetti clinici e investigativi, una ferita profonda. «Ogni paziente che non riusciamo a salvare lascia un segno», conclude il primario. «Questa vicenda, in particolare, ha posto interrogativi difficili. Oggi abbiamo almeno una risposta a quel “perché” che per mesi è rimasto senza spiegazione».
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