Il giallo di Pietracatella entra in una fase decisiva. E lo fa con un elemento nuovo, potente, destinato a cambiare la lettura dell’intera vicenda: le dichiarazioni del professor Francesco Introna, tra i massimi esperti di medicina legale in Italia, rilanciate dal Tg3 nazionale ma rimaste, finora, ai margini del dibattito pubblico molisano.
Parole pesanti, che arrivano mentre la Procura di Larino e la Squadra Mobile di Campobasso intensificano le indagini sulla morte di Sara Di Vita, 15 anni, e della madre Antonella Di Ielsi, 50 anni, decedute tra il 27 e il 28 dicembre all’ospedale Cardarelli. Un caso che, da presunta intossicazione alimentare, si è trasformato in un’ipotesi di duplice omicidio premeditato.
E proprio sul punto chiave – la ricina – interviene Introna, con un’analisi che apre scenari completamente nuovi.
«Se l’hanno ritrovata nel capello – ha spiegato il professore – vuol dire che non è un avvelenamento recente. Perché nel capello le sostanze tossiche si depositano nel tempo».
Una frase che pesa come un macigno. Perché, se confermata, sposterebbe l’attenzione da un episodio improvviso a un’esposizione prolungata, graduale, forse sistematica. Non un gesto isolato, ma un’azione reiterata nel tempo. Un’ipotesi che, inevitabilmente, rafforza il quadro accusatorio ipotizzato dagli inquirenti: quello di un omicidio premeditato.
Non solo. Introna aggiunge un altro tassello, tutt’altro che secondario: «Basta avere una buona conoscenza botanica per trovare il ricino, che è quasi infestante. Nel sottobosco degli Appennini, come in quello murgiano o alpino, lo si trova tranquillamente».
Tradotto: la materia prima del veleno non è irraggiungibile. È reperibile. E questo elemento rende ancora più complesso – e inquietante – il lavoro degli investigatori.
Nel frattempo, sul piano operativo, la Procura guidata da Elvira Antonelli procede con cautela ma senza sosta. Questa potrebbe essere una settimana cruciale: sono previsti nuovi interrogatori, a partire dal marito di Antonella e dall’altra figlia, già ascoltati nei giorni scorsi e che verranno nuovamente convocati per chiarire dinamiche familiari, abitudini e relazioni.
Gli uomini della Squadra Mobile, coordinati dal dirigente Marco Graziano, stanno ricostruendo ogni dettaglio della vita quotidiana della famiglia. Un lavoro minuzioso, che punta a capire come e quando la ricina possa essere stata ingerita.
L’alert che ha cambiato tutto è arrivato dal centro antiveleni del Maugeri di Pavia, che ha segnalato la presenza della tossina nei campioni biologici e, soprattutto, in un capello di Antonella Di Ielsi. Un elemento che oggi, alla luce delle dichiarazioni di Introna, assume un significato ancora più rilevante.
Gli investigatori torneranno anche nell’abitazione di via Risorgimento, ancora sotto sequestro. Stavolta con un obiettivo preciso: cercare tracce del veleno. L’ipotesi più accreditata resta quella della contaminazione di cibi o bevande, forse attraverso polvere ricavata dai semi di ricino. Ma si tratta di un processo che richiede competenze specifiche.
Intanto, sul fronte tecnico, si attendono gli esiti definitivi delle consulenze e degli esami autoptici. La consegna, inizialmente prevista per fine marzo, è slittata di altri trenta giorni. Un rinvio che testimonia la complessità del caso.
Restano, dunque, aperte tutte le ipotesi. Ma una cosa è certa: le parole del professor Introna cambiano la prospettiva. Se la ricina è davvero il frutto di un’esposizione nel tempo, allora la vicenda assume contorni ancora più cupi.
Non più solo un mistero da risolvere, ma un possibile disegno lucido, costruito con pazienza.
E mentre in Molise la tesi di Introna è passata quasi inosservata, è proprio da lì che potrebbe arrivare la chiave per capire cosa è davvero accaduto dentro quella casa.
lu.co.

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