Non è un fulmine a ciel sereno, né un episodio isolato. La lettera inviata ieri (27 gennaio) alla Direzione di presidio e a quelle generale, sanitaria e amministrativa dell’Asrem è solo l’ultima di una lunga serie di segnalazioni che da mesi – anzi, da anni – descrivono una situazione ormai prossima al punto di rottura: la carenza strutturale di medici nel Pronto soccorso dell’ospedale hub regionale di Campobasso.
Il documento, firmato dalla direttrice della Uoc di Medicina e Chirurgia d’Accettazione e d’Urgenza del Cardarelli, parla chiaro e usa toni che difficilmente possono essere fraintesi. Con un organico ridotto a sei medici (presto saranno cinque per le dimissioni di un professionista venezuelano che si trasferisce in Sicilia) a fronte di un fabbisogno minimo di dodici, e con circa 36mila accessi annui, il Pronto soccorso rischia di non riuscire a garantire, già dal mese di febbraio, la copertura dei turni con i contingenti minimi previsti dalla normativa. Una condizione che espone al pericolo concreto di un’interruzione di pubblico servizio.
Campobasso non è un presìdio qualunque. È l’hub regionale, il punto di riferimento per le emergenze tempo-dipendenti, per i traumi maggiori, per le urgenze urologiche e per tutti quei casi che non possono essere smistati altrove. Se il Pronto soccorso dell’hub si ferma, o funziona a ranghi ridotti, l’intero sistema va in sofferenza.
Ed è proprio questo il nodo centrale: non è più accettabile che la gestione di un’emergenza strutturale venga scaricata, di fatto, sulle spalle del singolo reparto. Non è normale – e non dovrebbe esserlo mai – che un direttore di unità operativa sia costretto a contattare ad personam i colleghi dei reparti equipollenti, o addirittura di altri presìdi, per cercare di tappare i buchi nei turni. Questo non è spirito di collaborazione: è supplenza organizzativa.
La gestione delle risorse umane, specie in un settore delicato come l’emergenza-urgenza, è compito della Direzione sanitaria di presìdio, che ha strumenti, funzioni e responsabilità precise. Se necessario, anche attraverso ordini di servizio, nel rispetto delle norme e delle tutele, ma con un obiettivo chiaro: garantire il funzionamento regolare del Pronto soccorso.
In questo quadro, va però sottolineato un dato che merita rispetto e che dice molto del clima in cui si lavora: la direttrice del reparto non si limita a coordinare, ma copre personalmente i turni, di giorno e di notte, lavorando come uno dei pochi medici disponibili. Una scelta tutt’altro che scontata, soprattutto se si considera che non risulta essere una prassi diffusa tra i primari quella di lavorare di notte per sopperire alla carenza di personale. È un segnale di senso di responsabilità che non può, però, diventare la soluzione strutturale a un problema che è ben più grande.
Il punto, infatti, non è trovare un colpevole. Non lo è nemmeno mettere sotto accusa i vertici aziendali, che negli ultimi due anni hanno bandito concorsi in quantità, nel tentativo – spesso vano – di attrarre professionisti in un territorio che soffre un problema ormai nazionale: la carenza di medici, in particolare nell’emergenza-urgenza. Il Molise non fa eccezione, ma ne subisce gli effetti in modo amplificato.
Eppure, una strada esiste. I medici in Molise non sono inesistenti. Un’organizzazione più solidale e sistemica potrebbe fare la differenza. Un turno a settimana, a rotazione, da parte dei camici bianchi dei reparti e dei presìdi più strutturati, potrebbe contribuire in modo significativo a tenere in piedi il servizio. È una questione di equilibrio, ma anche di responsabilità collettiva.
Quando una famiglia è in difficoltà, ci si aiuta. E la sanità regionale è una famiglia unica, che non può permettersi compartimenti stagni o logiche di campanile. Se, per fare un esempio concreto, in un presidio come Termoli la dotazione di personale è più ampia rispetto a Campobasso, è giusto che anche chi lavora nella cittadina adriatica contribuisca al sacrificio, nell’interesse di tutti.
Quella che emerge dalla lettera non è una ribellione, né una denuncia personale. È un grido d’allarme responsabile, l’ennesimo, che chiede una risposta non emergenziale ma strutturata. Perché il Pronto soccorso dell’hub regionale non è un reparto come gli altri: è il cuore del sistema. E un cuore che batte a fatica non può essere lasciato solo.
ppm

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