A scegliere il cinismo, in tempi in cui la carenza di medici “emergentisti” ha raggiunto probabilmente il punto di non ritorno, la riforma del Servizio sanitario nazionale approvata dal Consiglio dei ministri due settimane fa sembra l’uovo di colombo. Nascono, infatti, gli ospedali elettivi. Non ci sono medici? Via il Pronto soccorso. Una provocazione riassuntiva del contesto. Ma per capire meglio, bisogna leggere il testo partendo dall’inizio.
L’obiettivo dichiarato è rinnovare il Ssn cambiando architettura e modelli organizzativi per rafforzare l’assistenza sul territorio: si punta a rendere le cure più vicine ai cittadini e ridurre il fenomeno della mobilità sanitaria, dando maggiore centralità anche al ruolo dei medici di famiglia. Di fatto, però, ed è una critica già arrivata da più parti, si rimette al centro del sistema l’ospedale. Di fatto, un mix che riporta al modello Lombardia.
In dettaglio, il disegno di legge delega approvato dal Cdm il 12 gennaio scorso, disegna la cornice e affida al Governo il compito di adottare entro il 31 dicembre 2026 uno o più decreti attuativi per aggiornare il decreto legislativo 502 del 1992. Decreti che il ministero della Salute dovrà elaborare di concerto con il Mef e gli altri dicasteri competenti e che dovranno avere il via libera dalla Conferenza Stato-Regioni. L’adozione definitiva dopo un passaggio parlamentare per i pareri delle Commissioni.
Il core business del provvedimento è fissato nell’articolo 2: si punta a rafforzare l’integrazione tra ospedale e territorio, anche attraverso l’aggiornamento degli standard fissati dal DM 77 del 2022 sull’assistenza territoriale. L’obiettivo è superare la frammentazione dei percorsi, migliorare la gestione dell’emergenza-urgenza e costruire modelli organizzativi che consentano carriere integrate ai professionisti sanitari.
Verrà rivista nei decreti attuativi anche la classificazione degli ospedali, oggi dettata dal famigerato DM 70/2015.
La delega introduce, accanto a quelli di base, di primo e secondo livello – per esemplificare San Timoteo e Veneziale, Cardarelli di Campobasso e Cardarelli di Napoli – altre due categorie.
Innanzitutto, gli ospedali di terzo livello: strutture di eccellenza a bacino nazionale o sovranazionale, comprese quelle gestite da enti privati senza scopo di lucro o religiosi, da finanziare con risorse dedicate in base a criteri omogenei (casistica trattata, qualità, mobilità interregionale, ricerca).
Saranno individuati secondo requisiti omogenei di livello nazionale, tenendo conto, in particolare: della numerosità assoluta e del peso medio relativo ai diagnosis-related group (DRG) della casistica trattata dalla struttura; della positiva valutazione in merito al possesso di elevati standard di qualità; della quota di assistiti proveniente da altre regioni; dell’attività di ricerca svolta nell’ambito della struttura e del relativo impatto in merito al trasferimento tecnologico e alla formazione degli operatori.
Il pensiero, in prima battuta, va al Neuromed. E Quotidianosanità ha ricordato che già nella manovra era stato previsto l’avvio di un progetto sperimentale nazionale per migliorare il modo in cui gli ospedali organizzano e gestiscono l’assistenza sanitaria. Una iniziativa rivolta agli Irccs pubblici e agli ospedali di rilievo nazionale e di alta specializzazione. Il ddl delega parla di bacino nazionale, è da capire se quello dell’Irccs delle Neuroscienze di Pozzilli sia considerato tale.
La seconda categoria introdotta è quella degli ospedali elettivi. Letteralmente, dal decreto, si tratta delle «strutture ospedaliere per acuti prive di Pronto soccorso, per l’individuazione dei quali sono adottati criteri uniformi al livello nazionale volti ad assicurare un collegamento in tempo utile con le strutture che compongono la rete dell’emergenza-urgenza di riferimento presenti in altre strutture ospedaliere di livello superiore, anche individuando un tempo massimo uniforme di livello nazionale per la percorrenza della relativa distanza, disciplinando le modalità di eventuale trasferimento dei pazienti già presi in carico da una struttura a strutture ospedaliere di riferimento di livello superiore e delineando requisiti minimi di sicurezza e qualità dell’assistenza erogata».
Domanda da profani, e ad alto rischio errore: il Caracciolo di Agnone, collegato col Ps del Veneziale, può quindi restare classificato ospedale anche se chiude il Pronto soccorso?
Domanda forse oziosa, visto che mancando i decreti attuativi la cornice di riferimento per i commissari della sanità chiamati ad adottare entro il 28 febbraio il nuovo programma operativo resta per ora il “vecchio” Balduzzi. Ma la politica probabilmente questa domanda la porrà.
Alcuni osservatori e commentatori in queste settimane hanno invece evidenziato come la descrizione che il decreto formalizza degli ospedali elettivi porta alle cliniche private, non di grandi dimensioni né riconosciute come Irccs, che appunto non hanno un reparto di accettazione in emergenza urgenza. Tutti nodi interpretativi che saranno sciolti dai provvedimenti attuativi.
Fermo restando che ambizioni e spiragli di reale cambiamento sono inchiodati alla previsione dell’articolo 3: i decreti attuativi saranno a neutralità finanziaria, non un euro in più di spesa rispetto a oggi a meno che il Parlamento stanzi risorse aggiuntive.
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