Il tempo scorre, a volte accelera all’improvviso. E sembra davvero lontana, quasi appartenere a un’altra stagione politica, l’immagine di Claudio Lotito in giro per il Molise tra tressette nei bar, balli con i giovani e nelle balere, incontri con imprenditori e volontariato, discese a Campitello Matese e promesse solenni – come quel “decreto Molise” evocato in campagna elettorale e mai arrivato. Quella fase appare oggi archiviata. E, con ogni probabilità, non tornerà più.
Il motivo è semplice e profondamente politico: il centrodestra ha deciso di cambiare le regole del gioco. E lo sta facendo con una determinazione che non si vedeva da tempo, spingendo verso il superamento dell’attuale Rosatellum e l’introduzione di una nuova legge elettorale cucita sulle esigenze della governabilità e, soprattutto, sulla tenuta delle coalizioni.
Il disegno è ormai chiaro. L’architrave della riforma è un sistema proporzionale con un robusto premio di maggioranza alla coalizione che supera una soglia significativa – il 40% dei voti, con qualche oscillazione possibile tra il 40 e il 42. L’obiettivo dichiarato è garantire un vincitore certo la sera delle elezioni e una maggioranza stabile in Parlamento. Quello implicito è evitare gli effetti destabilizzanti dei collegi uninominali, che in passato hanno punito coalizioni frammentate anche in presenza di percentuali complessive elevate.
Non è un dettaglio. La scelta di eliminare la quota maggioritaria – oggi pari al 37% dei seggi – nasce anche dalla paura che piccoli partiti esterni alla coalizione possano sottrarre voti decisivi, come accadde nel 1996 al centrodestra di Silvio Berlusconi. Uno scenario che la maggioranza attuale vuole scongiurare a ogni costo.
La tabella di marcia è serrata. Secondo le regole di “soft law” del Consiglio d’Europa, modificare il sistema elettorale nell’ultimo anno di legislatura è fortemente sconsigliato. Tradotto: la riforma va approvata con largo anticipo rispetto alle prossime politiche del 2027. Per questo l’obiettivo del centrodestra è arrivare al via libera di almeno una delle due Camere entro l’estate.
Il metodo non sarà soft. La legge elettorale, salvo sorprese, viaggerà con il voto di fiducia per blindare il testo ed evitare imboscate nei voti segreti. Dopo – o forse anche prima – del referendum sulla giustizia, il confronto con le opposizioni sarà più formale che sostanziale. La maggioranza è pronta ad andare avanti anche “a colpi di numeri”.
Aperta la partita delle soglie di sbarramento. Il 3% attuale potrebbe restare tale, nonostante le tentazioni di alzarla al 4%. Una scelta che tiene conto di equilibri delicati: da un lato la necessità di non favorire nuove formazioni minori, dall’altro il rischio di regalare spazio politico a figure come Carlo Calenda, che con il 3% sarebbe al riparo da ogni insidia.
Altro nodo è il nome del premier sulla scheda. L’ipotesi di indicarlo direttamente sembra tramontata per evitare attriti istituzionali. Al momento sembra prevalere il “piano B”: l’obbligo, per ogni coalizione, di indicare il capo politico all’atto della presentazione del programma. Una soluzione che, comunque, costringerà tutti – soprattutto nel campo largo – a scelte nette e immediate.
Nulla dovrebbe cambiare, invece, sul numero dei parlamentari molisani: due deputati e due senatori. Ma cambierà tutto sul piano politico. Con un proporzionale puro (ancora da chiarire se su base nazionale o regionale) e con il ritorno delle preferenze, il seggio non sarà più “trascinato” dal simbolo o garantito dal collegio blindato. Serviranno voti veri, nome e cognome sulla scheda.
Nelle piccole regioni questo significa una cosa sola: spazio ai “cavalli di razza”, zero margini per gli outsider. Se il centrodestra dovesse puntare su un nome come Aldo Patriciello – è un mero esempio –, diventa difficile immaginare, nel centrosinistra, qualcuno in grado di reggere il confronto sul terreno delle preferenze personali.
Ma il proporzionale spazza via anche molte rendite di posizione. Coordinatori di partito e parlamentari eletti per consuetudine rischiano di restare fuori. È il caso, nel centrodestra, di Claudio Lotito e Lorenzo Cesa, eletti nel 2023 grazie alla quota maggioritaria e oggi privi di una base territoriale competitiva in un sistema a preferenze.
In Molise la partita è apertissima. Nel centrodestra, oltre agli uscenti Costanzo Della Porta ed Elisabetta Lancellotta, circolano con insistenza i nomi di Michele Iorio, Quintino Pallante, Aldo Patriciello e Francesco Roberti. E proprio qui il quadro si fa incandescente: l’annunciato rimpasto di giunta regionale aggiunge tensione, alimenta sospetti e trasforma ogni mossa amministrativa in un segnale politico.
Nel centrosinistra, il Pd non può prescindere da Micaela Fanelli e Vittorino Facciolla, ma attenzione al ritorno di Roberto Ruta, che secondo i bene informati lavora da tempo a un rientro in Parlamento. Nei Cinque Stelle, invece, i numeri rendono difficile immaginare exploit: eventuali candidature di Roberto Gravina o Antonio Federico avrebbero più il sapore del sacrificio che della scommessa vincente.
Il punto, però, va oltre i nomi. La riforma elettorale che il centrodestra sta spingendo imprime una svolta strutturale: meno mediazioni, più competizione intestina. La coalizione resta centrale, ma al suo interno si apre una guerra senza esclusione di colpi tra aspiranti al seggio. Una guerra già visibile, soprattutto nel centrodestra molisano, dove le grandi manovre si intrecciano alle faide e alle scelte di governo regionale.
Il tempo delle candidature calate dall’alto e dei collegi sicuri sembra finito. E forse è proprio questo, più di ogni premio di maggioranza, l’effetto politico più dirompente della nuova legge elettorale. luca colella




























