Gentile direttore,
intervengo per fare chiarezza sulla vicenda del Consorzio industriale Campobasso-Bojano, ribaltando la narrazione parziale e fuorviante emersa nelle ultime ore. Non siamo noi a dover rispondere alla commissaria Verrusio, ma è lei a dover rispondere ai cittadini e alle istituzioni in merito ai contenuti dell’interpellanza a firma dei consiglieri del Gruppo Pd in Consiglio tegionale e alle sollecitazioni che abbiamo posto, su cui abbiamo ottenuto poche risposte.
Siamo tornati su un caso portato sotto i riflettori ben otto mesi fa e che nel frattempo si è ingarbugliato. Abbiamo scelto la sede solenne del Consiglio regionale per denunciare (l’altro ieri con richiesta su “fatto personale”) un atto di inaudita gravità: il tentativo di silenziare l’opposizione attraverso una diffida formale e una richiesta rivolta a me di risarcimento pari a 100.000 euro per danno all’immagine del Consorzio. È la politica che chiede conto alla gestione dell’ente, e non il contrario.
Quanto accaduto rappresenta un fatto gravissimo che colpisce non solo la mia persona, ma la funzione stessa di controllo che ogni consigliere regionale è chiamato a esercitare. Il punto è dirimente: in una democrazia rappresentativa, la minoranza ha il dovere di controllare l’amministrazione e gli enti collegati. Se a ogni atto di sindacato ispettivo – esercitato in virtù dei poteri che mi derivano dal mandato – seguisse una richiesta di risarcimento, il diritto di controllo verrebbe soffocato.
Si tratta di un metodo frequentemente utilizzato nel campo dell’informazione, ovvero le “querele bavaglio” o liti temerarie, con l’obiettivo principale di intimidire, zittire o limitare la libertà di inchiesta dei giornalisti. Qui, dove il nostro munus è più ampio e regolamentato con precisione da norme anche di carattere statutario, la funzione viene enormemente rafforzata proprio per evitare che succedano episodi come questo. Svolgere funzioni di controllo e renderne pubblico il contenuto è un dovere.
Per questo ho nuovamente scritto stamane formalmente al presidente della Regione, Francesco Roberti. È consono che una commissaria, che agisce in nome e per conto del presidente, utilizzi tali metodi verso chi esercita le proprie prerogative? La fiducia di Roberti è ancora ben riposta?
Inoltre, ribadisco: è necessaria una verifica urgente sugli atti del Consorzio, in particolare sugli affidamenti degli incarichi legali. Presso l’ente operava da tempo come consulente il marito della commissaria, l’avvocato Ripabelli. A seguito della nomina della moglie, quali attività ha continuato a svolgere? In che modo è stato remunerato? È opportuno e/o legittimo che un ente pubblico veda tali sovrapposizioni? Non si tratta di una questione personale, ma di una battaglia per la correttezza del rapporto tra chi amministra e chi controlla: la trasparenza degli atti pubblici deve restare al di sopra di ogni interesse di parte.
Nella sua nota, la commissaria Verrusio omette inoltre di approfondire diffusamente la sostanza dell’interpellanza che chiede se siano vere o meno le criticità economico-finanziarie: il Consorzio sta accumulando o sta risolvendo i pregressi debitori e come? Va spiegato dettagliatamente, non con enunciazioni generiche. I debiti ricadranno su cittadini e imprese? Questo è il nodo. Lo pongono anche i sindaci dell’area (sicuramente non di centrosinistra), che non sono in contrapposizione alla commissaria, ma semplicemente esercitano anche loro le prerogative di salvaguardare una corretta gestione finanziaria. Sono stata eletta per rappresentare la collettività e distogliere l’attenzione dall’oggetto dell’interpellanza o da altre questioni di affidamenti e incarichi non serve a nulla.
Il profilo dell’avvocata è legato a chiare dinamiche politiche, essendo stata candidata con la Lega ed essendosi occupata dei ricorsi elettorali del centrodestra, nonché essendo moglie e associata (o simile) dello studio legale del marito Ripabelli, sempre prorompente consulente del Consorzio. Evidenziare ciò non significa esercitare un pregiudizio patriarcale: a parti inverse (lei consulente prima e lui commissario poi), avrei sollevato gli stessi identici dubbi.
Trovo offensivo che mi si voglia impartire una lezione di femminismo! Ci sono battaglie, come quelle femministe, che richiedono che non si facciano “sconti di genere”. Femmina o maschio, se la governance di un Consorzio o di altro richiede di accendere un riflettore, lo faccio! Normalmente mi capita che tocchi a uomini dovermi dare conto. Ma penso che proprio la vera parità richieda che non si invochi invano l’essere donna. A me non era neanche lontanamente venuto in mente che stavo chiedendo conto a una donna; lo stavo facendo a una persona che esercita un mandato di commissario! Porsi come vittima di sessismo solo perché voglio capire come vanno i conti e le consulenze al Consorzio è proprio l’esempio più sbagliato di finto femminismo.
Pertanto, le tributerò le attenzioni che ho posto a molti altri (da ultimo al Consorzio di bonifica di Venafro) e con i mezzi propri, a partire dall’accesso agli atti generalizzato su tutte le spese consortili. Mi auguro sia tutto a posto. E mi auguro per il futuro che anche lei si ponga come servente delle richieste dei sindaci e degli amministratori di maggioranza e minoranza della Regione, in rappresentanza dei territori e dei cittadini. Esercitare una funzione pubblica significa essere al servizio, non ritenersi intoccabili.
Micaela Fanelli
Consigliera regionale Pd

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*