Non è stato ravvisato il reato di caporalato nel caso dei braccianti africani che persero la vita nel tragico incidente stradale avvenuto quasi otto anni fa sulla statale 16. A stabilirlo è la sentenza emessa ieri dal Tribunale di Larino, che ha assolto con formula piena i tre imprenditori agricoli accusati di sfruttamento del lavoro in relazione alla morte di sette migranti nel disastro del 6 agosto 2018.
Il giudice monocratico Tiziana Di Nino ha pronunciato l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”, mettendo la parola fine a una vicenda giudiziaria durata quasi otto anni e che aveva sollevato forti interrogativi sul tema del lavoro agricolo e dello sfruttamento dei braccianti nel Basso Molise.
L’incidente avvenne il 6 agosto 2018 lungo la statale 16, all’altezza del bivio di Ripalta, in territorio pugliese ma a pochi chilometri dal confine molisano. Un furgone carico di braccianti africani, che rientravano dai campi dopo una giornata di raccolta del pomodoro, si scontrò frontalmente con un tir. Nell’impatto morirono dodici lavoratori migranti, sette dei quali erano impiegati nell’azienda agricola di Campomarino finita poi al centro dell’inchiesta.
Le vittime avevano un’età compresa tra i 21 e i 41 anni e provenivano da diversi Paesi africani: Gambia, Ghana, Guinea, Mali, Nigeria e Marocco. Una tragedia che all’epoca scosse profondamente l’opinione pubblica e riaccese il dibattito sul fenomeno del caporalato e sulle condizioni di lavoro nei campi del Sud Italia.
Secondo l’ipotesi accusatoria, i lavoratori sarebbero stati reclutati e impiegati senza adeguate tutele, in violazione delle norme sul lavoro agricolo e sulla sicurezza, circostanza che aveva portato, cinque anni fa, il Gup del Tribunale di Larino a disporre il rinvio a giudizio per il reato di caporalato e sfruttamento del lavoro.
Una ricostruzione che, però, non ha trovato conferma nel corso del dibattimento.
La difesa dei tre imprenditori, rappresentati dagli avvocati Vittorino Facciolla, del foro di Larino, e Angelo Leone, del foro di Benevento, ha sostenuto fin dall’inizio la regolarità dei rapporti di lavoro con i braccianti coinvolti. Gli stessi legali avevano scelto il rito ordinario, rinunciando a eventuali riti alternativi proprio per affrontare un processo completo e dimostrare nel merito la posizione dei loro assistiti.
«I nostri assistiti hanno assunto regolarmente gli operai agricoli e lo dimostreremo nel corso del processo», avevano dichiarato all’avvio del dibattimento.
Una linea difensiva che ha retto fino alla fine e che ha trovato conferma nella sentenza pronunciata ieri dal Tribunale di Larino, con cui il giudice ha escluso responsabilità penali degli imputati in relazione alle condizioni di impiego dei lavoratori.
La decisione chiude così il capitolo giudiziario per i tre imprenditori bassomolisani, ponendo fine a una delle vicende più dolorose legate al tema del lavoro agricolo e dello sfruttamento dei migranti nel territorio compreso tra Molise e Puglia.
Resta, sul piano umano, il ricordo di quella giorno d’estate del 2018 che costò la vita a dodici lavoratori stranieri e che lasciò un segno profondo nella memoria delle comunità locali. Una tragedia che, al di là degli esiti processuali, continua a rappresentare uno dei momenti più drammatici nella storia recente del lavoro nei campi del Sud Italia.

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