C’è una riflessione pubblicata ieri sul Corriere della Sera che merita di essere letta con attenzione. L’ha firmata Ferruccio de Bortoli, uno dei più autorevoli giornalisti italiani, e parte da un fatto tanto semplice quanto disarmante: il copione è sempre lo stesso.
Ogni volta che nel mondo esplode una crisi – una guerra, una tensione internazionale, un blocco commerciale – i prezzi del petrolio salgono e i carburanti aumentano quasi all’istante. Basta una scintilla geopolitica e i tabelloni dei distributori cambiano nel giro di poche ore.
Quando invece le quotazioni internazionali scendono, accade qualcosa di curioso: i prezzi alla pompa calano lentamente, molto lentamente. A volte settimane, altre mesi. E mai tornano ai livelli pre crisi.
Lo scrive con la consueta lucidità de Bortoli: è una dinamica nota, quasi una legge non scritta del commercio. Ma ciò che lascia davvero perplessi non è tanto il meccanismo economico. È la sceneggiata che ogni volta lo accompagna.
Si evocano controlli sui prezzi che in realtà non esistono. Si tira fuori la figura mitologica di “Mister Prezzi”, Benedetto Mineo, come se davvero qualcuno potesse governare la complessità dei mercati globali. Si minacciano tasse sugli extraprofitti senza spiegare come si dovrebbero misurare davvero questi extraprofitti.
Nel frattempo, gli operatori del settore spiegano con dovizia di dati che le quotazioni internazionali – come quelle del gasolio Platts – sarebbero cresciute persino più dei prezzi alla pompa. Quasi che, paradossalmente, dovessimo sentirci grati per lo sconto.
La verità, suggerisce de Bortoli con elegante sarcasmo, sarebbe molto più semplice e molto più onesta: “Questo è il mercato, bellezza.”
E invece no. Ogni volta si mette in scena la stessa rappresentazione.
Il problema, però, non riguarda solo il carburante. È un meccanismo molto più ampio, che si ripete puntualmente a ogni tensione internazionale.
Sta succedendo anche adesso.
Gli Stati Uniti e Israele lanciano i primi missili sull’Iran e, quasi simultaneamente, i prezzi dei carburanti iniziano a salire. Anche in Molise. Anche nei distributori sotto casa.
È successo in passato e continuerà a succedere.
È accaduto con la guerra in Ucraina. All’epoca i costi della carta e delle forniture per le tipografie che stampano i quotidiani sono decuplicati. Le spese di produzione sono esplose. E non sono mai più tornate ai livelli precedenti all’invasione russa.
Lo stesso vale per gli alimenti, per i beni di consumo, per una quantità infinita di prodotti della vita quotidiana.
Ogni crisi diventa un acceleratore dei prezzi.
Ma ciò che davvero lascia perplessi non è neppure questo. Il mercato, con le sue regole spesso brutali, funziona così da sempre.
Quello che lascia perplessi – e in molti casi indigna – è la gigantesca presa per i fondelli collettiva che accompagna tutto questo.
E, soprattutto, il clima di rassegnazione generale.
Gli stipendi degli italiani perdono potere d’acquisto giorno dopo giorno. Le famiglie fanno sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese. Il carrello della spesa pesa sempre di più.
Eppure non sembra essere un problema centrale nel dibattito pubblico.
L’attenzione collettiva viene sistematicamente spostata altrove. Su fatti che possono essere drammatici o emotivamente coinvolgenti, ma che non incidono sulla vita economica quotidiana delle persone.
Il caso del bambino a cui è stato impiantato un cuore “bruciato”. Il poliziotto infedele di Rogoredo.
La “famiglia nel bosco”.
Temi che monopolizzano il dibattito mediatico per giorni, a volte settimane.
Nel frattempo il costo della vita continua a salire, quasi in silenzio.
Il problema, a questo punto, non è più soltanto economico. È culturale e civile.
L’Italia sembra aver smarrito la bussola.
Gli italiani che si informano davvero sono sempre meno. Men che meno in territori piccoli come il Molise.
Si leggono titoli di sfuggita. Si accende il telegiornale mentre si fa altro. Si ascolta distrattamente qualche servizio, senza approfondire davvero.
E quando capita di imbattersi in un’analisi più seria – che sia televisiva o sulla carta stampata – si cambia canale o si volta pagina.
Il risultato è devastante.
Perché una democrazia non vive solo di voto. Vive di consapevolezza. Vive di cittadini informati.
Se una società smette di informarsi, smette anche di capire cosa accade intorno a sé.
E quando succede, diventa inevitabile una conseguenza: si finisce per delegare tutto agli altri.
A chi governa. A chi decide. A chi interpreta i meccanismi del potere.
Ma una comunità che rinuncia a capire non può pretendere di scegliere bene. Se non si conoscono i problemi, non si possono valutare le soluzioni. Se non si leggono i dati, non si possono distinguere le promesse dalla realtà.
E soprattutto non si è in grado di eleggere una classe dirigente competente, capace davvero di difendere gli interessi di chi, con sacrifici enormi, manda avanti il Paese.
È questa la vera emergenza.
Non il prezzo della benzina. Non il costo del pane. Non le bollette.
La vera emergenza è il prezzo dell’ignoranza.
Perché quando un popolo smette di informarsi, qualcun altro comincerà inevitabilmente a decidere per lui.
E a quel punto, quando i conti non torneranno più, sarà ormai troppo tardi per lamentarsi.
Luca Colella





















