Roberto Gravina, «pentastellato sui generis» – come lo definisce Open di Enrico Mentana – ci ha messo la faccia. Ha fatto nomi e cognomi e si è assunto le responsabilità che gli competono. Mettendo appunto in chiaro cosa compete al Municipio e cosa compete alle altre istituzioni, con particolare riferimento a questura e prefettura.
Quel corteo funebre del 30 aprile una sorta di spartiacque nella gestione dell’emergenza Covid. Quelle immagini hanno indignato e non poco chi per mesi è stato chiuso in casa e, purtroppo, non ha potuto salutare familiari, parenti o amici, che in questi drammatici giorni se ne sono andati.
È molto complicato stabilire se sia stata quella la scintilla che ha innescato il focolaio nella comunità rom. O, come pure si ipotizza, un successivo andirivieni per omaggiare i familiari del defunto. Un mix micidiale di lacrime, abbracci, baci, strette di mano. Pacche sulla spalla. Frasi di conforto sussurrate senza il minimo distanziamento sociale. E in un contesto assolutamente vietato.
Il videomessaggio che Gravina ha diffuso lunedì sera sta facendo molto discutere. Decine i post a corredo. Ed è faticoso trovare ‘commentatori’ chi gli danno torto. Fatta eccezione di chi (legittimamente) è schierato politicamente su altri fronti.
Chiarire era un suo dovere, oltre che un diritto.
Il sindaco ha commesso tuttavia l’errore di cadere nella provocazione (politica), perdendo di vista, probabilmente inconsapevolmente, l’obiettivo. Ovvero, spegnere il focolaio ed evitare quanto più possibile ulteriori danni alla salute di tutta la comunità rom, del capoluogo e del Molise.
Roberto Gravina è un sindaco amato. Ha vinto le elezioni a Campobasso in un periodo nero per i 5 stelle e contro una corazzata guidata da una candidata leghista nel momento di maggior splendore del Carroccio e di Matteo Salvini. Che per sostenerla, da ministro dell’Interno, è venuto due volte a Campobasso.
Il giovane avvocato, fino ad allora noto ai più per essere il fratello di Pasquale, indiscusso campione mondiale della pallavolo, ha conquistato il ballottaggio superando il centrosinistra che arrivava all’appuntamento elettorale dopo cinque anni di governo cittadino.
Come dimenticare la festa di Corpus Domini dello scorso anno. In città Luigi Di Maio. Lo aveva promesso in campagna elettorale: tornerò per festeggiare la vittoria del Movimento a Palazzo San Giorgio. Difficile rimuovere dai ricordi lo sguardo imbarazzato dell’allora capo politico pentestellato mentre attendeva che si esaurisse la fila di donne, ragazzi e bimbi in attesa di un selfie con il sindaco.
Gravina è un grillino sui generis. Tra coloro che lo stanno attaccando in queste ore, diversi consiglieri regionali di centrodestra: è il prezzo che il sindaco del capoluogo paga per l’opposizione – talvolta feroce e oltre i canoni del buonsenso – del gruppo dei 5 stelle di Palazzo D’Aimmo. È scontato che Toma (e la maggioranza che governa la Regione) si tolga qualche sassolino dalla scarpa. Nonostante il sindaco di Campobasso non si sia mai intromesso nelle polemiche che vanno oltre il perimetro del ‘suo’ Municipio.
Forse perché stremato dalla gestione dell’emergenza, il primo cittadino si è lasciato incautamente tirare per la giacchetta da Lega, Forza Italia e Pd in seno al Consiglio comunale. Le minoranze non vedevano l’ora di poter armare i siluri e fare fuoco. Un fatto politicamente legittimo, ma estremamente triste, perché quello che si sta consumando è un dramma.
Ma di politico in quanto accaduto il 30 aprile in via Liguria e successivamente al cimitero c’è davvero poco. Cosa può fare l’amministrazione di un capoluogo rispetto ad un gruppo di persone che decide di non osservare le norme? Sollecitarne la punizione!
Da inizio marzo al 4 maggio, giorno in cui Conte ha autorizzato i riti funebri limitandoli ad un massimo di 15 persone, a Campobasso sono avvenuti diversi decessi. A nessuno è passato per la testa di seguire il feretro, di andare al cimitero o a casa dei familiari del defunto a porgere le condoglianze.
Cosa doveva fare il questore Conticchio? Far intervenire quel pomeriggio tutti gli equipaggi di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza disponibili in città? Chiamare l’Esercito? Non nascondiamoci dietro un dito. Lo avrebbero trasferito il giorno successivo.
Conticchio ha fatto quanto doveva. La Polizia ha identificato due terzi delle persone presenti, eleverà le sanzioni previste dalle misure di emergenza e poi sarà la Procura a decidere se procedere pure penalmente.
Il questore di Campobasso, per chi ha poca memoria, è quello che circa dieci anni fa fu mandato a Lampedusa in occasione dei massicci sbarchi di migrati accaduti nella primavera del 2011. Era il 2 aprile. Sull’isola era in atto una violenta rivolta. Lui, con un manipolo di agenti, riuscì a riportare la calma. Un gruppo di giovani africani lo festeggiò lanciandolo ripetutamente in aria.
Ecco, Gravina ha dovuto fare la voce grossa – rischiando di passare per uno che le responsabilità le declina – per fornire un chiarimento che non gli chiedeva la città, quella che lo ha votato e lo ama. Ma per soddisfare il desiderio di vendetta di chi è uscito sonoramente battuto e con le ossa rotte dalle urne. E a distanza di un anno ancora non se ne fa una ragione.
Ora la sfida più grande: gestire 77 contagiati (fino a ieri sera) di una comunità che, piaccia o non piaccia, ha le sue regole e il suo modo di agire. Una prova importante che se superata può proiettare il «pentastellato sui generis» verso lidi più ambiti. Con buona pace di chi tra il primo e secondo turno delle amministrative della primavera passata si sentiva già assessore in pectore. E forse ancora oggi non ha capito che la città ha scelto diversamente. Onorevola e capogruppo (di se stesso) di Forza Italia compresi.
Luca Colella

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