Il ritorno alle radici ha visto la scrittrice Chiara Gamberale, figlia del manager Vito Alfonso, essere coinvolta nelle vesti di madrina della grande Ndocciata dell’Immacolata Concezione. Tra i principali sostenitori del progetto ‘Agnone, capitale italiana della cultura 2026’, nelle settimane scorse, diversi gli endorsement spesi sui media in favore dell’Atene del Sannio di cui si sente figlia putativa con le sue origini evidenziate nel libro ‘Il grembo del padre’ (Feltrinelli). Così, mentre il suo romanzo ‘Per Dieci Minuti’ è diventato un film di Maria Sole Tognazzi (esce nelle sale il 25 gennaio prossimo), riavvolgiamo il nastro alla magica serata del 9 dicembre quando con trasporto, passione ed entusiasmo, Chiara è stata madrina del rito del fuoco più imponente al mondo.
«Non partecipavo alla Ndocciata da troppi anni – racconta alla giornalista de Il Centro, Jolanda Ferrara – ma devo dire che la luce, la potenza di questo fuoco ti arriva dentro e ti ricorda che ha a che fare con la natura umana, la capacità di ricominciarci ogni volta».
Impossibile non chiederle come vede la candidatura di Agnone a Capitale della cultura. Lei, mezzo sangue sannita, replica ottimista: «Ce la possiamo fare, sono una tifosa spassionata e per questo ho deciso di essere ad Agnone il 9 dicembre. Capitale della cultura Agnone lo è perfino senza rendersene conto – aggiunge – questo è un meridione uguale solo a se stesso. Credo che una regione così schiva, così vocata ai sentimenti profondi più che agli sbandamenti facili, possa diventare un simbolo per l’Italia in un momento in cui domina la logica dei social, del tutto e subito. Penso che Agnone con le sue tradizioni, i suoi sentimenti profondi, con la sua storia e la sua gente silenziosa plasmata dall’asperità della montagna, possa ricordare tutto ciò che dà un senso al nostro essere umani». È dunque un patrimonio tutto da scoprire, le chiede Ferrara, con eccellenze non urlate, storie di famiglia, fierezza, forza di volontà e difesa dei valori umani.
«Certamente sì, questo è parte di ciò che di segreto succede ad Agnone nelle case, nelle chiese, nelle cucine: anima e identità, una coordinata emotiva oltre che geografica. Sono convinta che Agnone può ricordare all’intero Paese la necessità di rimanere ancorati a questi valori. Il Molise è un mistero. A Roma, dove sono nata e cresciuta, c’è chi fa della facile ironia: “il Molise esiste?” chiedono perché proprio per la sua ritrosia a ogni forma di vanità, questa terra non si è mai sbracciata per farsi notare. Eppure chi arriva qui è destinato a rimanere stregato, innamorato. Io anche ho invitato alcuni miei amici da Roma e li ho scoperti attoniti, immediatamente e intimamente conquistati».
Così il Molise è la sua isola di Arturo un po’ come Procida dove ha costruito il festival letterario ‘Procida racconta’, arrivato alla settima edizione. Quanto conta nella sua scrittura ‘Il grembo paterno’, il titolo del suo romanzo dedicato proprio a queste terre. E a quali progetti pensa di dare vita?
«Conta moltissimo, la mia è una scrittura non retorica che vuole però sempre indagare la ragione profonda del perché un uomo e una donna si comportano in un certo modo. Il Molise è una regione particolare, audace e ostinata, non invita alla competizione col prossimo ma solo con se stesso ed è anche troppo, a volte. Detto questo, ho accolto con entusiasmo l’invito da parte del sindaco Daniele Saia, un vero sognatore concreto, a costruire un festival letterario qui ad Agnone e ci sto lavorando».
In ultima battuta la domanda storica su Abruzzo e Molise un tempo uniti.
«Da bambina ne soffrivo perché nel mio sussidiario le due regioni erano unite, come la Basilicata con la Puglia. Il riconoscimento di Agnone servirebbe anche per sottolineare questa identità singolare. Penso che Abruzzo e Molise siano regioni sorelle, ma penso anche sia importante coltivare la propria identità nella sorellanza. Ad ogni modo l’Abruzzo mi è talmente caro che il mio alter ego letterario Lidia Frezzani, protagonista di ben tre miei romanzi, è di Pescara. Volevo darle il mio carattere ma non volevo farla molisana per distinguerla da me».

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