Una vita dedicata alla cultura e alla formazione dei più giovani. Antonella Presutti, professoressa di italiano e latino al Liceo scientifico “Alberto Romita” di Campobasso e scrittrice, è da anni presidente della Fondazione Molise Cultura.
Portare il territorio sulla cartina geografica dell’arte. Questo l’obiettivo prefissato, confermato brillantemente dai numeri e portato avanti con competenza e passione.
Un 2025 chiuso con l’inaugurazione della splendida mostra “Impressionismo, origine e cammino di una visione”, disponibile presso lo spazio espositivo del Palazzo Gil fino al 15 marzo (da martedì a domenica dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle ore 17:00 alle ore 20:00, giorno di chiusura lunedì). Il 2026 appena iniziato si preannuncia ricco di eventi, con le celebrazioni dei cento anni del Teatro Savoia.
Un percorso che dura ormai da anni. Cosa significa per lei presiedere la Fondazione Molise Cultura e perché ha accettato questa sfida?
«Ho pensato di affrontare una sfida molto significativa mettendo a disposizione quel poco di competenza che avevo e di mettermi in gioco rispetto ad un territorio in cui ho sempre creduto. Nello stesso tempo è stata, e continua ad essere, non solo un’esperienza di crescita personale significativa e di apertura di nuovi orizzonti, ma anche il tentativo di rimettere in gioco e far rientrare in circuito in modo virtuoso tutto ciò che vado progressivamente acquisendo e metterlo al servizio di un territorio. Credo che sia importante fare tutto questo con umiltà e soprattutto di mettere a disposizione le proprie competenze in una logica di crescita generale».
Il 2026 sarà un anno importante con la celebrazione dei cento anni del Teatro Savoia.
«Era il 3 aprile del 1926 quando il Teatro Savoia venne inaugurato con la “Tosca”. Sono passati 100 anni e il Savoia ha mantenuto, anzi accresciuto, quello che è il suo grande fascino e la sua straordinaria bellezza. Nello stesso tempo è diventato un catalizzatore culturale. Lo possiamo dire sulla base del fatto che chiunque entri al Teatro Savoia resta estremamente colpito dalla bellezza e dall’armonia di un teatro, tra le altre cose, perfettamente conservato e fatto oggetto di una cura permanente. La “Carmen” di sabato ha aperto il 2026. Il primo tassello di una ricca e significativa programmazione che appunto andrà a celebrare e festeggiare i 100 anni del Savoia. Una programmazione che andiamo via via definendo e che sarà presentata al più presto. Quello che ci preme mettere in evidenza è che daremo particolare attenzione al fatto che il pubblico possa entrare nel Teatro Savoia e guardarlo da dietro le quinte. Un’esperienza che abbiamo già fatto e che ha incontrato l’entusiasmo delle persone, perché significa calarsi in un altro punto di vista, scoprire l’anima e i segreti del teatro, dei luoghi che normalmente non appaiono ai nostri occhi ma che sono il fulcro della rappresentazione. Tanti gli eventi che man mano si scopriranno per salutare e celebrare i 100 anni del Teatro Savoia».
Sabato Carmen ha aperto l’anno con un sold out. Prossimi appuntamenti?
«Con alle spalle il terzo appuntamento del cartellone 2025-2026 i prossimi sono appuntamenti che hanno già catturato l’attenzione del pubblico. Ci sarà Veronica Pivetti (31 gennaio e 1° febbraio) con “L’inferiorità mentale delle donne” e la sua ironia tagliente. Ci sarà Paolo Caiazzo con “I promessi suoceri” e con la sua ironia dirompente (23 febbraio). Il 3 marzo andrà in scena “Totalmente incompatibili” di e con Corrado Nuzzo e Maria Di Biase, che affronteranno in chiave comica i rapporti umani e di coppia. La stagione si concluderà il 22 con “Lina Sastri – Voce ‘e notte”, ideato e interpretato dalla grande artista napoletana. Lo spettacolo è un viaggio personalissimo che attraversa prosa, poesia e musica, dalla musica classica napoletana ai contemporanei, fino al fado e al tango».
“Impressionismo, origine e cammino di una visione” ha catalizzato l’attenzione del pubblico.
«La mostra sull’Impressionismo è stata fortemente voluta dalla Regione, dalla Fondazione e dal consigliere delegato. Questo perché significava ritornare alle grandi mostre che già in passato abbiamo ospitato all’interno degli spazi della Gil e, in qualche modo, rispondere all’idea primigenia che ci aveva mosso quando abbiamo portato De Chirico, cioè portare il Molise fuori dal Molise. Chi ama l’arte e la cultura non è più costretto soltanto ad andare fuori regione, ma può trovare anche nel nostro territorio quelle che sono importanti pagine della storia e dell’arte. Ci confortano i numeri e l’attenzione avuta anche nel periodo natalizio e i giudizi che ci hanno lasciato i visitatori. Un’occasione per comprendere, capire e mettere anche in discussione le nostre scelte. Quello che ci ha fatto piacere è stato registrare lo stupore nel trovare in Molise un luogo bello e importante, come lo spazio espositivo della Gil, e una mostra così significativa e curata tanto nell’allestimento quanto in ogni singolo dettaglio».
Considerata la sua vita e il suo percorso professionale, dedicati all’istruzione delle giovani generazioni, c’è un parallelismo nell’avere accettato questa sfida? Ha pensato ai ragazzi?
«Ho senz’altro pensato ai ragazzi. Ho pensato a loro perché per chi insegna l’orizzonte di senso, quello educativo e del mondo dei giovani diventa parte integrante della propria vita. Diventa un modus vivendi, un modo di ragionare. Ho pensato a loro perché credo che soprattutto nel nostro territorio i ragazzi abbiano bisogno di stimoli. Quando sono adeguatamente stimolati, quando si confrontano con la complessità e la ricchezza culturale, recepiscono tutti questi stimoli. Le frasi fatte ripetute costantemente che vedono i ragazzi disinteressati alla cultura sono frasi generalizzate che si possono applicare in situazioni in cui mancano modelli e proposte. Quando invece ci sono i ragazzi rispondono con grandissima attenzione. In qualche modo questo percorso l’ha confermato. Volevo poi consegnare ai ragazzi la convinzione che in qualunque settore bisogna esserci, portare avanti il proprio impegno, la propria dedizione e la propria passione, perché la crescita e il miglioramento di una comunità viaggia sulle spalle di ciascuno di noi e non deve e può essere delegata solo agli altri. La cultura può diventare un vero e proprio campo di investimento e anche una potenzialità di sviluppo futuro. Questa idea evidenzia come la cultura sia parte integrante dello sviluppo economico di un territorio. Una possibilità sulla quale investire, una di quelle rivoluzioni copernicane sulle quali puntare».
Cosa significa promuovere la cultura in un territorio con difficoltà endemiche come il Molise?
«Promuovere la cultura in un territorio complesso mi fa venire in mente le parole ostinazione e perseveranza. Non è un percorso facile, a volte neanche immediatamente gratificante. Un percorso a ostacoli che a volte può anche in alcune circostanze porta anche a sfiducia, all’idea che forse è meglio battere in ritirata. Ma anche da questo nascono la voglia e il desiderio di andare avanti. Direi che ci vuole una caparbietà notevole, un punto di partenza necessario e indispensabile. Questo significa dialogare con tantissime realtà, avere un occhio rivolto a realtà differenti e alle tante potenzialità presenti nel nostro territorio. Qualche tempo fa come Fondazione abbiamo fatto una sorta di ricognizione di tutti i nostri interlocutori e il numero ci ha davvero impressionato. Forse bisogna andare ancora di più in questa direzione, una capacità di fare rete che rappresenta un dato ineludibile in una realtà complessa come la nostra. Far dialogare, essere facilitatori dell’interscambio e della sintesi tra esperienze presenti sul nostro territorio. Credo che sia indispensabile saper guardare alle esperienze presenti al di fuori della nostra regione con la mente sgombra da pregiudizi, riuscendo a cogliere quegli stimoli che possono essere riportati nel nostro territorio e, nello stesso tempo, capire le specificità del nostro territorio e quindi come alcune esperienze possano essere rilette nei nostri confini regionali e come altre debbano essere create ex novo. Questo significa che per fare cultura in Molise bisogna avere una buona dose di utopia, da unire però al realismo. Sembra un ossimoro ma bisogna avere un’idea molto chiara di quella che è la realtà dalla quale si parte, ma nello stesso tempo è indispensabile gettare il cuore oltre l’ostacolo e avere quella dimensione visionaria e di follia senza la quale diventa inutile iniziare un percorso, per il quale diventa legittimo solo piangersi addosso».
Progetti futuri?
«I progetti futuri sono tanti. La nostra mente è sempre in fibrillazione e questo è un bene. Chiudere la stagione teatrale, la mostra sull’Impressionismo, pensare al periodo estivo, cominciare a ragionare sui nostri festival e, nell’immediato, riaprire l’Auditorium della Gil per il cinema. Dare la possibilità di assistere alle proiezioni nel centro della città, restituendo all’Auditorium la sua funzione primigenia. Pensare ad un segmento per i ragazzi e alla possibilità di produzioni messe in campo dalla Fondazione Molise Cultura. Stiamo pensando anche al teatro per i bambini. Infine, naturalmente, il programma per i cento anni del Teatro Savoia».     enrico fazio

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