Mancano sei giorni alla chiusura della procedura di licenziamento collettivo che coinvolge 27 dei 53 dipendenti della Nuova Casearia Del Giudice, quasi la metà dell’intero organico. Una cifra che pesa come un macigno su un marchio storico del Basso Molise, reduce da anni di crisi, doppio fallimento e un passaggio di proprietà che avrebbe dovuto segnare un nuovo inizio. Invece, il confronto tra azienda, sindacati e Regione resta inchiodato su posizioni distanti, con un tavolo che non riesce a comporsi e un territorio che osserva con crescente inquietudine. Il secondo round della trattativa si è svolto ieri mattina direttamente nello stabilimento di Termoli, dopo il primo incontro in Regione una decina di giorni fa. Al tavolo erano presenti l’assessore regionale Andrea Di Lucente, Sviluppo Italia Molise, l’avvocato Giacomo Battaglione per la proprietà, con il presidente Amodio collegato da remoto, e le quattro sigle sindacali: Giuseppe Miranda (Uiltucs), Raffaele Primiani (Uila), Giovanni D’Aguanno (Flai-Cgil) e Raffaele De Simone (Fai-Cisl). Ma la distanza tra le parti è rimasta immutata. L’azienda continua a sostenere che la struttura produttiva attuale richiede meno della metà del personale nominalmente assunto, mentre i sindacati rifiutano qualsiasi ipotesi di licenziamento senza un piano industriale. La Regione tenta di mediare, ma senza un progetto scritto e verificabile, ogni ipotesi di compromesso si sgretola. L’avvocato Battaglione ha ribadito la posizione della proprietà: «Noi nominalmente abbiamo assunto 54 dipendenti, ma di fatto ne lavoravano soltanto 30. Quest’azienda non ha bisogno di più personale e mantenerlo incide fortemente sul conto economico». Una linea che il gruppo Amodio sostiene fin dal suo ingresso, spiegando che la priorità è consolidare la qualità del prodotto, recuperare clienti, stabilizzare il mercato e solo in un secondo momento valutare investimenti e ampliamenti. «Non si può triplicare il volume d’affari in un giorno — ha aggiunto —. Prima bisogna capire cosa può produrre realmente l’azienda. Oggi la qualità è migliorata rispetto a settembre e si stanno riacquisendo clienti. Una volta consolidato questo aspetto, si potrà pensare a nuovi mercati e nuove tecnologie».
Una visione che però non convince né la Regione né i sindacati. L’assessore Di Lucente ha parlato apertamente di un approccio «non adeguato» da parte della proprietà: «L’azienda continua a non voler parlare di piano industriale e si concentra solo sui licenziamenti. Ma quando si rileva un’azienda da una curatela fallimentare, la prima cosa è pensare a un piano che tuteli il marchio e buona parte dei lavoratori». La Regione ha proposto di ragionare sul rinnovo della linea produttiva dismessa — quella che ha portato gli esuberi da 12 a 27 — per costruire un percorso di due anni con ammortizzatori sociali e investimenti programmati. Un tentativo di tenere insieme tutela occupazionale e rilancio industriale, ma senza un documento formale da parte dell’azienda, ogni ipotesi resta sospesa. I sindacati, dal canto loro, hanno ribadito la totale contrarietà ai licenziamenti. «Non ci sarà mai un accordo su un licenziamento collettivo», ha dichiarato Giovanni D’Aguanno (Flai-Cgil), ricordando che la procedura sindacale si chiuderà il 26 febbraio e che poi tutto passerà al tavolo amministrativo regionale. In quella sede, le organizzazioni dei lavoratori pretendono che la proprietà presenti finalmente un piano di rilancio, necessario anche per valutare strumenti alternativi ai licenziamenti. Senza un progetto, avvertono, «non ci sono le condizioni per il futuro dello stabilimento».
Raffaele De Simone (Fai-Cisl) ha sottolineato la necessità di capire «dove, come e quali mercati si vorranno servire con il marchio Del Giudice», perché senza una visione industriale non è possibile ragionare su ammortizzatori, investimenti o riorganizzazioni. Raffaele Primiani (Uila) ha ricordato che la crisi della Casearia non è nata oggi: «Dal 2010 questa azienda è in difficoltà. Il marchio storico del Basso Molise dava lavoro a più di 100 persone, anche stagionali. Oggi siamo davanti a un’incognita totale. Se un’azienda rileva più di 50 operai e poi ne vuole licenziare 27, è legittimo chiedersi quale sia il piano industriale».
Giuseppe Miranda (Uiltucs) ha invece contestato alcune affermazioni della proprietà, in particolare quella secondo cui negli ultimi dieci anni ci sarebbe stato un abuso di ammortizzatori sociali. «Non è assolutamente vero — ha detto —. Gli ammortizzatori sono stati attivati solo dall’ottobre 2022 per due anni e mezzo. I lavoratori non hanno mai chiesto sussidi, hanno chiesto lavoro e dignità». Miranda ha poi evidenziato come, nonostante le promesse iniziali di ammodernamento dello stabilimento, «ad oggi non ci è stato presentato nessun piano industriale».
Il nodo centrale resta sempre lo stesso: senza un piano, non c’è trattativa. La Regione ha ribadito la propria disponibilità a fare da mediatore e a sostenere un percorso di innovazione, ma non può avallare tagli unilaterali che rischiano di svuotare un marchio che per decenni è stato un simbolo del territorio. L’assessore Di Lucente ha spiegato che l’obiettivo è «far risalire le quotazioni sul mercato di un’azienda che per tanti anni è stata il fiore all’occhiello del settore», ma questo può avvenire solo se la proprietà dimostra di voler investire davvero.
Intanto, il tempo stringe. Mancano sei giorni alla chiusura della procedura e il quadro resta immobile: 27 licenziamenti sul tavolo, nessun piano industriale presentato, sindacati pronti allo scontro legale, Regione in attesa di un segnale dalla proprietà. E un marchio storico del Basso Molise che continua a oscillare tra un rilancio annunciato e un declino temuto.


























