In Molise ha pezzi di famiglia e di cuore, in Molise è nata e torna spesso nel fine settimana. Da piccola il trasferimento a Napoli. Da quella terra, dai suoi abitanti – dice – «ho acquisito tutto». Tuttavia con la stessa schiettezza rivendica di aver conservato caratteristiche per lei molisanissime: «Il rigore, la serietà professionale. I molisani hanno un’affidabilità che pochi hanno». In questo si sente molisana. E lo dice con orgoglio.
Anna Maria Minicucci è diventata direttore sanitario del Policlinico di Bari, una delle realtà ospedaliere più importanti del Sud, nelle stesse ore in cui a Roma si decideva che non sarebbe stata lei il nuovo commissario della sanità del Molise. Eppure a lei avevano pensato qualche settimana prima i colonnelli del ministro della Salute e lo stesso Speranza. Le radici, insieme alla sua expertise, avrebbero attutito il colpo del secondo commissariamento esterno (prima del 2018 le redini del piano di rientro erano state affidate ai presidenti). La sua analisi della situazione molisana, anche se dall’esterno, è approfondita perché è un tecnico del settore. Oltre al fatto che conosce i manager campani che oggi siedono in Asrem e l’ex sub commissaria.
Sembrava cosa fatta. Poi non è andata così e Minicucci non recrimina. Se ne sono però dette tante. Che avesse rinunciato lei, che qualcosa non andava nel cursus honorum. Nulla di tutto questo. Comprensibile che le abbia dato fastidio il chiacchiericcio che, quasi fisiologicamente, precede nomine di questo genere. Intanto ha abbracciato un’altra sfida. Mentre accetta di rispondere alle domande di Primo Piano, sta raggiungendo Bari. La Puglia è ancora funestata dal Covid. Lo sguardo però si allunga al dopo emergenza e poi con affetto al Molise. «Mi auguro possa uscire dal commissariamento». E chissà che un domani le strade non si incontrino davvero.
Dottoressa Minicucci, quando è circolato il suo nome in Molise si è creata una bella attesa. C’entrano le sue radici, qui vivono persone che la conoscono bene.
«Sarei stata molto orgogliosa di servire la mia terra, le scelte politiche sono state diverse. Io resto naturalmente molto legata al Molise. Mia madre vive lì, il mio legame è profondo. Ho vissuto a Napoli fin da piccola e dai napoletani ho acquisito tutto. Ma ho sempre rivendicato di avere caratteristiche molisane. I molisani si sono sempre contraddistinti per la loro serietà professionale, hanno un’affidabilità che pochi hanno».
Una molisana ‘fuori dal Molise’ e molto apprezzata. È sempre stata un medico con ambizioni da manager della sanità?
«Dopo la laurea in Medicina e la specializzazione in Igiene pensavo anche di fare laboratorio. Ho cominciato a lavorare nelle direzioni sanitarie, al Pascale, poi all’ospedale Rummo di Benevento. Nel 2003, per motivi familiari, ho voluto riavvicinarmi e ho vinto un concorso all’Als Napoli Nord. Avevo una figlia piccola, non volevo sacrificare troppo il tempo per lei. Mi affidarono l’ospedale di Ischia. Una bella sfida: pensi che sull’isola si arriva a 400mila presenze d’estate e a 5 milioni di turisti».
Poi il Santobono, incarico a cui il suo nome viene più accostato perché è il più recente e longevo.
«Sono stata lì per oltre dieci anni. Sono stata nominata la prima volta da Bassolino, che guidava un governo di centrosinistra, confermata da Caldoro che invece era di centrodestra e infine ancora da De Luca. È stato evidentemente apprezzato il mio ruolo tecnico. L’ho sempre interpretato al servizio del bene comune e senza perdere di vista che i servizi pubblici, la sanità in questo caso, vengono pagati dai cittadini onesti con le tasse e bisogna avere rispetto di questo. E il Covid, io ritengo, ha rilanciato sicuramente l’importanza della sanità pubblica».
A Bari è la sua prima esperienza fuori regione quindi?
«Sì. Sono stata chiamata anche in questo caso per la mia esperienza. La Puglia sta vivendo molto la pressione del Covid. Alla Fiera del Levante è stato realizzato un presidio per le maxi emergenze, con 150 posti di terapia intensiva e sub intensiva, sale operatorie, la dialisi, la radiologia, la cardiologia. In regione ci sono ancora moltissimi malati e l’incidenza è alta. Il Policlinico, in linea generale, è la struttura di riferimento, il 30% dei pazienti in rianimazione di tutta la regione è al Policlinico. Al suo interno, poi, c’è anche l’ospedale pediatrico. Sono quindi contenta perché, ripeto, la scelta è avvenuta sulla scorta della mia esperienza tecnica e della competenza».
Credo che chi fa il suo mestiere da mesi si ponga la domanda su come riorganizzare i servizi nel futuro, tutti auspichiamo immediato. Cioè quando dell’emergenza Covid resteranno ‘solo’ le tante conseguenze. Lei come lo farebbe?
«Il Covid è stato uno shock per il sistema sanitario nazionale, credo possa essere anche un’opportunità. Sono emersi spunti interessanti. Intanto l’eccesso di regionalizzazione che non ha fatto bene, perché crea disparità di trattamento. Inoltre, alcuni modelli molto centrati sul privato, penso alla Lombardia, si sono mostrati fragili, è venuto fuori che il servizio pubblico era indebolito soprattutto sul territorio. E poi sono crollati gli accessi ai pronto soccorso per i codici bianchi e verdi. Tutto questo è estremamente utile. Guardi, mia madre ha avuto il Covid e devo testimoniare di una presa in carico molto precoce da parte della Usca come pure del fatto che ha funzionato il sistema dei tamponi a domicilio. Il Molise, anche se commissariato e con molte difficoltà, ha messo in campo un grosso sforzo. Questo modello di assistenza – Usca collegate con i distretti e gli ospedali – è valido e dovrebbe essere mantenuto per i malati cronici per esempio, riportando così a un livello appropriato l’assistenza ospedaliera e gli accessi ai pronto soccorsi. Infine, come ho già accennato, il Covid ha ribadito il grande valore della sanità pubblica».
rita iacobucci

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