Ci sono ritorni che restano in superficie e altri che, invece, scavano. Tornare a Venafro per una visita ai familiari è una cosa. Tornarci e ritrovarsi, senza preavviso, immersi in una comunità che festeggia, che si riconosce, che si stringe attorno a un’impresa sportiva, è tutta un’altra storia. È qualcosa che ti costringe a fermarti, a osservare, a mettere ordine tra le emozioni. E a fare i conti con ciò che sei stato e con ciò che, in fondo, non hai mai smesso di essere.
La vittoria del campionato di Eccellenza e il ritorno in serie D del Venafro non sono soltanto un risultato sportivo. Sono un fatto sociale. Un momento in cui una città, spesso ripiegata su sé stessa e abituata a fare i conti con limiti strutturali evidenti, ha deciso – o forse semplicemente è riuscita – a mostrarsi per ciò che può essere quando smette di guardarsi con diffidenza.
Domenica, al campo, c’era tutto questo. Non solo il punteggio rotondo, la goleada, la formalità di una promozione già scritta. Ma una festa autentica, costruita senza filtri: famiglie, bambini, nonni, amici di una vita. Tavoli improvvisati, birra fredda, risate, gioia. Un senso di appartenenza che non aveva bisogno di essere spiegato. Bastava esserci.
Eppure, sarebbe troppo facile fermarsi qui.
Perché la bellezza di quella giornata convive con una contraddizione evidente. Il campo sportivo di Venafro – se così vogliamo definirlo – resta una ferita aperta. Una tribuna che porta i segni del tempo, spogliatoi inadeguati, un impianto di illuminazione che sembra appartenere a un’altra epoca. Un’unica struttura per un’intera città. Un luogo che non è all’altezza né della categoria appena conquistata né, soprattutto, della passione che lo riempie ogni domenica.
È in questa distanza tra ciò che si è visto sugli spalti e ciò che esiste fuori dal rettangolo di gioco che si misura davvero la portata della vittoria.
Perché se il Venafro è tornato in serie D dopo più di dieci anni, il merito è innanzitutto di chi, contro ogni logica, ha continuato a crederci. Nicandro Patriciello prima e suo figlio Roberto oggi hanno costruito qualcosa che va oltre il calcio. Hanno investito risorse, tempo, energie in un contesto che – va detto senza giri di parole – non restituisce nulla. Se non affetto. Se non gratitudine. Se non quella scena, potente e silenziosa, di un padre che guarda il figlio e riconosce in lui la capacità di non aver sbagliato nulla.
C’è una parola che torna spesso quando si parla di storie come questa: follia. Ma è una follia che ha una sua coerenza. È la stessa che spinge a restare quando sarebbe più facile andare via. A costruire quando attorno non si costruisce. A immaginare un futuro dove gli altri vedono solo limiti.
E allora la promozione diventa qualcosa di più. Diventa il simbolo di una città che, almeno la domenica, ha messo da parte le proprie fragilità. Che ha dimostrato di saper essere comunità. Che ha restituito senso a una parola – appartenenza – troppo spesso consumata e svuotata.
C’è un’immagine che più di altre racconta tutto questo: bambini di dieci anni che cantano con gli ultras, senza paura, senza distanza. Non è folklore. È un segnale. È il segno di una maturità collettiva che supera stereotipi e diffidenze. Che ricuce.
E poi c’è quella colonna sonora, “I giardini di marzo”. Non una scelta casuale. Perché parla di rinascita, di passaggi, di stagioni che cambiano. Parla di sogni che resistono. Di quelli che non mollano.
“…E racconteremo a chi non ci credeva che i sogni sono per la gente che non molla”. Lo striscione esibito domenica non è solo una frase da stadio. È una dichiarazione di identità.
Venafro ha vinto. Ma ora viene la parte più difficile. Perché le vittorie, se non trovano continuità, rischiano di restare episodi. E allora il punto non è celebrare, ma capire cosa fare da domani.
Adeguare il campo alla serie D non è più un’opzione, è una necessità. Così come non è più rinviabile un progetto serio di edilizia sportiva, una cittadella dello sport che restituisca dignità a un territorio che ha dimostrato di meritarla. Non per inseguire un sogno, ma per non tradire una realtà che si è già manifestata.
Chi scrive è nato a Venafro. Ci ha vissuto trent’anni. E forse proprio per questo sente il bisogno di evitare la retorica. Perché la retorica, spesso, è un modo elegante per non affrontare i problemi.
Questa non è una favola. È una storia vera, fatta di passione, sacrificio e contraddizioni. Una storia che oggi parla di riscatto, ma che domani chiede responsabilità.
Venafro ha dimostrato di saper vincere. Ora deve dimostrare di saper costruire. Subito. Perché, questa volta, davvero, domani sarebbe già tardi.
Luca Colella



















