È morto suicida Rosario Curcio, uno dei killer della testimone di giustizia Lea Garofalo, la ‘donna coraggio’ che trascorse gli ultimi mesi della sua vita a Campobasso. Il 46enne, originario di Petilia Policastro, condannato all’ergastolo, si è impiccato nel carcere di Opera (Milano) nella tarda serata di mercoledì 28 giugno. È morto dopo ore di agonia all’ospedale Policlinico di Milano.
Arrestato nel 2010, era stato condannato definitivamente all’ergastolo per la morte e la distruzione del cadavere della donna nel dicembre 2014 insieme a Carlo Cosco, l’uomo di cui Leo Garofalo si era innamorata ed aveva sposato. Un matrimonio che, però si rivelò una trappola per la povera Lea: a Milano Cosco gestiva un traffico di droga i cui proventi sparirono con Floriano Garofalo, il fratello di Lea. Lea decise allora di entrare in un programma di protezione e raccontare agli inquirenti i traffici e gli omicidi commessi dal marito. Inizia il ‘calvario’ della vita sotto scorta, dei continui spostamenti: dal 2002 al 2009 Lea e sua figlia Denise vengono trasferite in 6 località diverse, l’ultima è Campobasso. Il 5 maggio 2009 Carlo Cosco organizza un tentativo di sequestro e di omicidio ai danni della sua ex convivente. In via Sant’Antonio Abate, nel cuore del centro storico prova ad entrare in casa sua un finto tecnico che doveva riparare una lavatrice. Il tentativo di sequestro fallisce per la presenza in casa della figlia Denise: la bambina, per ordine di Carlo Cosco, non doveva essere toccata. Ma la ‘ndrangheta fu implacabile il 24 novembre di quello stesso anno, quando Lea venne uccisa a Milano strangolata da Carlo e Vito Cosco nell’appartamento di piazza Prealpi. Poi lui stesso e Rosario Curcio si sarebbero occupati di far sparire il corpo, bruciandolo in un’area di campagna a Monza. Del suo corpo, in gran parte bruciato dai suoi aguzzini, vennero ritrovati 2800 frammenti di ossa gettati in un tombino.
Il pm Nicola Rossato, coordinato dal capo della procura di Milano Marcello Viola, ha disposto tutti gli esami scientifici e l’autopsia sul corpo di Curcio per quello che sembra comunque essere un gesto autolesionistico volontario. Curcio era stato visitato appena tre giorni fa e aveva avuto un colloquio con uno psicologo, da cui non erano emersi segnali di un disagio psichico tale da decidere di togliersi la vita.

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