Fratello Giose occhi di gatto, lo acchiappai per la coda e quasi per caso in America e al mio scalo aereo South Dakota-Roma, nel luglio del 2007, reduce io dell’ospitalità di un gruppo d’indiani della prateria; lui, in fase di trasferimento -eterno gitano mai domo- dal Minnesota al Massachusetts con la moglie Sheryl da lui chiamata Ciliegia, da me invece “Cerasa”… Mai incontrato prima, lo riconosco all’istante -come non potrei?- mentre mi accoglie all’aeroporto americano all’una di notte, con i bermuda alle ginocchia ed un cappellone bianco a tesa larga quanto un ombrello da spiaggia calcato su un viso netto, tagliato da un’accetta; due baffoni da zingaro e, al di là di larghe lenti chiare su un promontorio da pugile, due tagli netti, marcati marcati, che ti scrutano l’anima e ti scherniscono dentro. Micio micione, camaleontico nello sguardo, che si tramuta in serpentello beffardo: sempre che azzannarti ne valga la pena! Ma poi, d’un tratto, il sorriso ironico, sornione si liquefa in amichevole dolcezza, come quello di un bambino tenero a cui non puoi che voler bene. Tutto, su un corpo ancora massiccio: “Tuost tuost” direbbero qui in Molise!- “Paisà!” gli urlo, scuotendo gli assonnati passeggeri in transito che vagano alla ricerca di parenti o del prossimo volo come zombi inebetiti dall’ora e dal viaggio: “Il solito emigrante italiano!” avranno pensato. “Mi hai sconvolto i piani con l’insistenza di conoscermi proprio in questo frangente” – Giose esordisce, esplorandomi tutto – “Ma sono felice!” L’abbraccio è energico, franco e lo sguardo, ancora un po’ incredulo, si fa all’improvviso raggiante. Il tempo di accompagnarmi in albergo e di ritrovarci al mattino dopo, solo poche ore più tardi, in lavanderia dove Ciliegia e lui, si son trascinati dietro due sacchi di panni accumulati nell’eterno viaggio d’avvicinamento e ricerca di una nuova dimora. Un incontro breve quanto un respiro, solo due ore alla partenza del sottoscritto: a cosa dare la precedenza?… Con l’alito addosso di un tempo tiranno, Giose ascolta e ti assale con una cascata di parole; ed io con una vita da raccontargli. Li aiuto a piegare lenzuola, asciugamani, camicie, pigiami, mutande e calzini; parliamo di lui e parliamo di me e parliamo di patria e Molise, spesso ingrato ed amato. “Ho portato il Molise sempre con me, col cuore e negli scritti, in tutto il mondo girato: come faccio a rinnegare quella mia terra? Altro non ci resta, caro amico della macchia, di tenerci ancor più vicini con il pensiero e la parola, continuando tuttavia ad amarla, quei luoghi, quelle memorie e lasciando scorrere sotto il ponte, come acqua che va a perdersi, quei malintesi, le sgarberie, le forzature e sforzature politiche…” Ho provato simpatia e affetto immediato per quest’uomo -”Crescerà!” predisse -per questo fratello più grande di una ventina d’anni, trovato (ri-trovato) fra i risvolti o le righe di un racconto che mi riportò ad amare la mia terra da cui ero “fuggito”. Soprattutto il libro “Molise Molise”!… Mi accompagnano all’aeroporto: un altro abbraccio. Scambio reciproco -quasi in un rito arcano- di gilet (il mio) e di un cappellone old-west (il suo) così agghindati: “Fratello Giose, ho scavalcato oceani e ci siamo rincorsi per gli States sfidando tempo e ragione pur d’incontrarci e conoscerci, ma non siamo riusciti a fermare il tempo”…. “Pierluigi carissimo, sei passato come un fulmine e te ne ringrazio, perchè insieme abbiamo addomesticato il difficile!”… “Arrivederci in Molise, Giose! A presto, spero. Porto con me uno zaino zeppo di cose da dirci e elettrizzanti progetti da appuntare in cielo come stelle. E la voglia di sposare ancora l’emozione…. ma senza rassegnazione…” In Molise, mi giunge un sonetto che benevolmente mi dedica. Come in uno specchio, ci vedo riflesso lui stesso e la sua delusione: “Molise, Amore di terra lontana: Prima che l’inverno ci sorprenda, questo smarrito amante senza mondo ripasserà l’Atlantico profondo per distendersi sotto la tua tenda. Su quest’amore han malignato a fondo i senza cuore, scarsi di leggenda, imbavagliati dentro una tregenda d’ignoranza sapiente, a tutto tondo. Questo smarrito amante ha ben pagato la sua fede: desiderio e pienezza, un manoscritto sempre ben arato sia nel tormento della fanciullezza che nella quieta questua d’un alato riavere il perso, l’amata carezza…” Giose sapeva di me grazie a Benito Faraone e Peppe Jovine, e del mio spettacolo “Il Narratore Ambulante” con carro e cavallo che tanto gli ricorda gl’itineranti prediletti “provenzali”. “Il Narratore ambulante, si fa il miglior ambasciatore del Molise” – mi dice – “Promuovendo lo spettacolo, la poesia, la leggenda, l’esplorazione della natura, la vitalità della gente. E’ meraviglioso: soprattutto educativo, favolistico, realistico, enunciativo, modernamente pioneristico e altamente esplicativo del Molise…. Un Molise portato in piazza, e sfogliato al pubblico come una rosa…. L’ambulante narratore per la gente di contrade vive il mito delle strade, ti racconta del suo cuore. Lo conosco, è unh libro aperto, fa miracoli: guarisce l’afflizione, t’abbellisce l’ore, i giorni bui da esperto. Tra sole ed ombra ti è d’amante… il Narratore Ambuante”. Come atto d’amore nei riguardi della stessa patria, gli mandai imbustata terra, semi e petali della regione, insospettendo -come lui suppose- i controllori americani… L’impulsività costa, ma come tentare la via della saggezza con lui e lui con me? Come si poteva imbrigliare l’impulso e la voglia – quasi settimanale – di un confronto seppur epistolare? Mi vien da ridere!!!
Un anno passa e gli comunico che voglio fare uno spettacolo su di lui, basandomi su un collage di testi suoi e racconti di vita. L’idea gli piace, lo entusiasma e mi metto al lavoro. Poi un’enorme folle infinita quasi Incalcolabile sfilza di cifre sulla bolletta telefonica. “Oggi abbiamo consumato le linee internazionali!” mi fa. Costa meno vederci!… A una settimana dalla prima teatrale, arriva ed è sufficiente un solo abbraccio per intenderci. Ci ritroviamo a stagliuzzare, incollare, riscrivere, riordinare le tessere letterarie di un puzzle esaltante: il mondo, tutto il mondo è tra le quattro pareti di casa mia… “Buona notte!” “Buona notte!” e dopo mezz’ora siamo di nuovo in piedi a trascinar pantofole, perché il sonno non viene e quindi è meglio lavorare… Gli sparo lì la proposta: “Anche tu sarai di scena! Tu racconti la tua vita ed io sarò il tuo alter-ego, quello della creatività letteraria, dei tuoi testi, che dà voce alle tue poesie! “Ok?” “Ok!” Nasce: “L’Arcangelo e il ragazzo: Giose e io”. L’intuizione è giusta: Giose per la prima volta in assoluto che interpreta se stesso! Lui è un simpaticissimo, ottimo, spontaneo animale da palcoscenico! Sarà teatro nel teatro. Attorno a noi, un gruppo di musicisti bravissimi (a cui affido le musiche scritte da Giose) ed una danzatrice: è un lavoro frizzante, culturalmente valido, eccitante, non localizzato, ma tutto ciò per sole tre insufficienti repliche: Campobasso, Isernia, Casacalenda. Si decide insieme, di fermare almeno l’eccezionalità del momento con una ripresa fatta dai Kerem di Casacalenda che trasformo presto in documentario (Per inciso: è pronto dal 1999, riposto ad ammuffire in un cassetto e nessuna Regione o Provincia si è mai interessata a garantirsi una testimonianza così particolare, unica!). L’esperienza teatrale, le notti insonni, le risate attorno ad un tavolo, ci accomunano, ci affratellano ancor di più, ma arriva il momento del ritorno e “gli anni scivolano come passi su bucce di banane” scriverà un giorno. Avrei voluto conferirgli a Jelsi il “Premio Internazionale La Traglia – Etnie e Comunità”, ma per ineluttabili motivi di salute -mi dicono- tutto inciampa e svanisce man mano nello sgambetto vigliacco e beffardo di una memoria sempre più malferma… Mi piace ricordarlo nelle ultime battute dello spettacolo in proscenio, l’uno accanto all’altro, con in mano una valigia vuota:
GIOSE: “Stanco della vita, Giose?” PIERLUIGI (alter ego di Giose): “Terribilmente”. GIOSE: “Fai due passi? Ti seguo da molto, sai?” PIERLUIGI: “Sei Giose?…” GIOSE: “Viaggio, vedi la valigia?” PIERLUIGI: “E cosa contiene?” GIOSE: “Guarda!” PIERLUIGI: “Ma è vuota?” GIOSE: “Si, ma una volta era piena zeppa. Infine ho dovuto buttar via tutto.” PIERLUIGI: “Ma se è vuota, a che serve?” GIOSE: “Si riempirà di nuovo… La vita continua”.

Pierluigi Giorgio

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