Aula stracolma, applausi, abbracci, elogi e ringraziamenti. Il passaggio di consegne ufficiale tra Michele Russo e Daniele Colucci nel ruolo di presidente del Tribunale di Larino, che ieri mattina ha riunito il gotha del Molise e del mondo giudiziario e forense, col facente funzioni Rinaldo D’Alonzo nel ruolo di traghettatore, ha sancito.
Magistrati, avvocati, rappresentanti delle istituzioni, personale amministrativo, autorità civili e religiose si sono ritrovati per l’insediamento del nuovo presidente del Tribunale, Daniele Colucci. Ma fin dai primi minuti è apparso chiaro che quella non sarebbe stata una cerimonia come le altre. Più che un benvenuto, infatti, è stato un ritorno. Un ritorno atteso, quasi desiderato, in un palazzo di giustizia che Daniele Colucci conosce bene e nel quale aveva già lavorato in passato, lasciando un ricordo ancora vivo. Per questo il presidente facente funzioni Rinaldo D’Alonzo, chiamato ad aprire la cerimonia, ha scelto parole che hanno subito dato il tono della giornata: «A lui va rivolto un messaggio di bentornato più che di benvenuto». D’Alonzo ha ricostruito con precisione il significato di quel rientro. Ha ricordato il tratto che, negli anni in cui Colucci aveva già operato a Larino, aveva caratterizzato la sua figura: equilibrio, autorevolezza, capacità di guidare senza mai trasformare il ruolo in esercizio di autorità. «Autorevole e mai autoritario», lo ha definito, sintetizzando in poche parole una cifra professionale che, a giudicare dai tanti interventi successivi, è condivisa da tutti coloro che con Colucci hanno lavorato. Il magistrato torna a Larino dopo l’esperienza maturata alla Corte d’Appello di Napoli. Per Larino e per il Basso Molise, la sua presenza è stata letta come un segnale di continuità e insieme di rilancio. Ad aprire la serie degli interventi istituzionali è stato il presidente della Corte d’Appello di Campobasso, Vincenzo Pupilella, che ha parlato di Colucci non soltanto come di un magistrato preparato, ma come di una figura che conosce da molti anni, fin dai tempi del tirocinio. Pupilella ha ricordato le doti di serietà, equilibrio e preparazione che lo accompagnano da sempre, soffermandosi soprattutto sull’esperienza maturata da Colucci nel settore del diritto del lavoro. Secondo il presidente della Corte d’Appello, proprio il lavoro svolto in quell’ambito rappresenta una scuola preziosa per chi si trova a dirigere un tribunale. Gestire una sezione lavoro significa infatti confrontarsi quotidianamente con problemi organizzativi, con i tempi della giustizia e con le esigenze concrete delle persone. In altre parole, significa imparare a governare una macchina complessa. Pupilella ha detto di essere certo che Colucci saprà guidare il Tribunale di Larino mantenendo quella qualità dell’azione giudiziaria che già il suo predecessore, Michele Russo, aveva saputo garantire. Subito dopo ha preso la parola il procuratore generale Mario Pinelli, che ha insistito sul clima particolare che si respira nel palazzo di giustizia larinese. Pinelli ha spiegato che ogni volta che si reca a Larino percepisce una qualità rara: l’armonia tra magistratura giudicante, procura, avvocatura e istituzioni. Un equilibrio che non appartiene a tutti i tribunali e che, proprio per questo, costituisce la vera forza di Larino. Pinelli ha garantito a Colucci la piena collaborazione dell’ufficio requirente, sottolineando come il buon funzionamento di un tribunale dipenda anche dalla capacità di costruire un rapporto costante e corretto tra chi giudica e chi esercita l’azione penale. Le sue parole hanno avuto il sapore di un impegno preciso: mantenere quella collaborazione che negli anni ha consentito al Tribunale di Larino di affrontare con efficacia il lavoro quotidiano. Un intervento particolarmente sentito è stato quello del procuratore della Repubblica di Larino, Elvira Antonelli. Pur non avendo lavorato con Colucci negli anni della sua prima esperienza a Larino, Antonelli ha raccontato di averne sentito parlare da tantissime persone, tutte con le stesse parole: professionalità, equilibrio, competenza, umanità. «Quando parla una persona può sbagliarsi, ma quando parlano in tanti qualcosa vorrà pur dire», ha osservato con semplicità, spiegando che anche la breve conoscenza diretta avuta con il nuovo presidente ha confermato quell’immagine. Antonelli ha poi ricordato che Larino è un tribunale piccolo, ma proprio per questo speciale. Un luogo nel quale non si arriva per “fare il capo”, ma per assumersi una responsabilità collettiva. Un luogo in cui il lavoro è tanto e spesso difficile, ma dove esiste un patrimonio prezioso fatto di rapporti umani, collaborazione e rispetto reciproco. La procuratrice ha insistito soprattutto sul rapporto tra Procura, Tribunale e foro. A suo giudizio, Larino può vantare «uno dei fori più belli d’Italia», non per dimensioni o prestigio esterno, ma per il modo in cui avvocati e magistrati riescono a confrontarsi, anche nelle situazioni più complesse, mantenendo sempre un clima di correttezza. Anche il vescovo della diocesi di Termoli-Larino, monsignor Claudio Palumbo, ha voluto portare il suo saluto. Lo ha fatto scegliendo un registro diverso, affidandosi alla memoria di Cicerone e alla riflessione sul significato profondo della giustizia. Palumbo ha ricordato come già nel mondo antico il giudice fosse chiamato a coniugare autoritas e gravitas, cioè autorevolezza e senso del limite, rigore e umanità. E ha affidato a Colucci l’augurio di esercitare il suo ruolo dentro questa tensione feconda, ricordando che ogni potere, anche il più alto, trova sempre un limite in una giustizia superiore. Parole che hanno trovato un’eco significativa proprio nel discorso che il nuovo presidente avrebbe pronunciato poco dopo. Dal mondo delle istituzioni politiche è intervenuto il presidente del Consiglio regionale del Molise, Quintino Pallante, che ha parlato di una giornata importante non soltanto per Larino, ma per l’intera regione. Pallante ha rivendicato con orgoglio le origini molisane di Daniele Colucci, definendolo «un figlio di questa terra». Per il presidente del Consiglio regionale, il ritorno di Colucci rappresenta una ragione di soddisfazione perché dimostra come il Molise possa esprimere professionalità capaci di guidare con autorevolezza istituzioni decisive per la vita del territorio. Molto atteso era anche l’intervento del presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Larino, Michele Urbano. Le sue parole hanno restituito il punto di vista del foro, probabilmente il mondo che più direttamente si confronterà ogni giorno con il nuovo presidente. Urbano non ha nascosto la soddisfazione degli avvocati per il ritorno di Colucci. Ha spiegato che, quando Michele Russo aveva lasciato la presidenza del tribunale, in molti si erano chiesti chi sarebbe arrivato dopo. L’ipotesi che potesse tornare proprio Colucci è stata accolta quasi come una liberazione. Per il presidente dell’Ordine, il fatto che un magistrato scelga di tornare a Larino dopo una legittima e prestigiosa esperienza altrove significa una cosa precisa: che a questo tribunale e a questa comunità è rimasto legato. Urbano ha voluto poi lanciare anche un messaggio più ampio. Ha ricordato che il Tribunale di Larino, nonostante le sue dimensioni ridotte, continua a essere uno dei migliori esempi di giustizia di prossimità e di efficienza. Un presidio che, proprio per questo, va difeso.
«C’è ancora qualcuno che pensa che questo tribunale non debba esistere – ha detto – ma Larino dimostra ogni giorno che i piccoli tribunali possono funzionare bene e offrire un servizio fondamentale ai cittadini». Nel suo intervento, Urbano ha anche voluto ringraziare Michele Russo e Rinaldo D’Alonzo, riconoscendo il lavoro svolto in questi anni e nei mesi di transizione. Ha parlato del tribunale non soltanto come di un luogo in cui si amministra la giustizia, ma come di un luogo di lavoro nel quale magistrati, avvocati, cancellieri e personale amministrativo trascorrono gran parte delle loro giornate. Un luogo che, proprio grazie alla serenità dei rapporti, ha saputo produrre risultati importanti. Dopo di lui hanno preso la parola il sindaco di Larino, Pino Puchetti, il rappresentante della Camera penale del Basso Molise e l’Associazione nazionale giovani avvocati. Tutti hanno insistito sullo stesso concetto: il Tribunale di Larino non è soltanto un ufficio, ma un presidio essenziale per la tenuta civile, economica e sociale del territorio. Puchetti ha sottolineato quanto la città si senta legata al suo tribunale, considerandolo un elemento identitario. La presenza di persone competenti alla guida dell’ufficio, ha detto il sindaco, rassicura la comunità e rafforza la convinzione che Larino possa continuare a custodire un presidio giudiziario efficiente. Anche la Camera penale, con Roberto D’Aloisio, ha rimarcato la centralità strategica del tribunale, soprattutto in una fase in cui altri presidi giudiziari dell’area adriatica hanno subito ridimensionamenti o chiusure. Per gli avvocati penalisti, Larino assume oggi un valore ancora più importante, perché rappresenta un punto di riferimento per un territorio vasto, che comprende anche aree di confine con l’Abruzzo e la Capitanata. Guido Campopiano dell’Aiga e Michela Bruno della Scuola forense frentana hanno invece richiamato il ruolo del tribunale come luogo di formazione e crescita per le nuove generazioni di avvocati. Ha ricordato che, quando Colucci lasciò Larino, la Scuola forense non esisteva ancora e che oggi, invece, rappresenta una realtà concreta e importante. Un progetto nel quale il nuovo presidente sarà chiamato a collaborare fin da subito. Ma il momento forse più intenso, prima del discorso di Daniele Colucci, è stato quello dell’intervento del presidente uscente Michele Russo. Russo ha parlato con l’emozione di chi lascia una comunità dopo nove anni vissuti intensamente. Ha definito il Tribunale di Larino «la mia grande famiglia» e ha voluto subito chiarire che i risultati ottenuti in questi anni non appartengono a una sola persona, ma a tutti: magistrati, avvocati, personale amministrativo. Rivolgendosi a Colucci, Russo ha ricordato un dato che più di ogni altro racconta la sua capacità professionale: nel 2019, grazie al lavoro svolto nella sezione lavoro, al Tribunale di Larino non c’erano più cause ultrabiennali pendenti. Un risultato straordinario, che ha consentito all’ufficio di affrontare con maggiore forza anche l’emergenza del Covid. Russo ha però indicato anche le difficoltà che attendono il nuovo presidente: la scopertura di organico, l’assenza di due magistrati esperti, l’incertezza sul futuro del personale precario. Problemi concreti, che rischiano di pesare sul funzionamento del tribunale. Russo ha detto di essere certo che Colucci saprà affrontarli. Perché, ha spiegato, possiede due qualità decisive: conosce già il tribunale e conosce le persone che ci lavorano. Quando infine Daniele Colucci ha preso la parola, l’aula è rimasta in silenzio. Il suo è stato un discorso lungo, intenso, profondamente personale.
Il nuovo presidente ha ammesso subito la propria emozione. Emozione per il primo incarico direttivo della sua carriera, ma soprattutto per il fatto che quell’incarico arrivi proprio a Larino, nel territorio delle sue origini familiari.
Colucci ha parlato del peso dell’eredità lasciata da Michele Russo, definendo il tribunale «un gioiello di buona amministrazione e di buona giurisdizione». Ha spiegato che trovare una macchina già organizzata rappresenta certamente un vantaggio, ma rende ancora più grandi le responsabilità. Ha voluto poi soffermarsi sul foro di Larino, usando parole che hanno colpito molti dei presenti. Ha raccontato di aver lavorato in sedi importanti come Napoli, Bari, Potenza e Foggia, ma di continuare a pensare che Larino abbia «un quid in più». Quel qualcosa in più, secondo Colucci, è dato dalla capacità degli avvocati di affrontare con professionalità materie diverse, ma anche dall’umanità dei rapporti. Poi il presidente è entrato nel cuore del problema: il futuro dei piccoli tribunali. Ha ricordato che Larino fu istituito dopo l’Unità d’Italia, soppresso nel 1923 e poi ricostituito nel 1938. Da allora, ha osservato, il rischio di una nuova soppressione non è mai davvero scomparso. Anche oggi il dibattito è aperto. Da un lato ci sono le difficoltà organizzative dei piccoli uffici; dall’altro c’è il valore della giustizia di prossimità. Ed è qui che Colucci ha pronunciato le parole destinate a diventare il simbolo della giornata. «Il piccolo tribunale – ha detto – non si occupa delle grandi mafie o della criminalità internazionale. Ma si occupa della vita concreta delle persone. Delle famiglie, delle imprese, dei lavoratori. E noi dobbiamo continuare a ricordare che dietro ogni fascicolo non ci sono soltanto carte o numeri». Poi la frase che ha racchiuso la sua idea di giustizia: «Dietro ogni fascicolo ci sono persone, sofferenze e speranze». In quel passaggio c’era probabilmente tutto il senso della sua visione. Una visione che rifiuta la tentazione, sempre più forte nei tempi del Pnrr e delle statistiche, di considerare il fascicolo come un numero da smaltire, una pratica da chiudere nel minor tempo possibile. Colucci non ha negato l’importanza dell’efficienza. Ha riconosciuto che una giustizia lenta è una giustizia negata. Ma ha aggiunto che la velocità non può diventare l’unico criterio. Perché la giustizia, per essere davvero tale, deve continuare a guardare alle persone. Il suo impegno, ha concluso, sarà quello di proseguire il lavoro eccellente compiuto da chi lo ha preceduto, mantenendo il Tribunale di Larino un luogo di legalità, di cultura giuridica e di servizio alla comunità. Ha citato ancora una volta Cicerone, richiamando l’idea di un magistrato che deve avere come consiglieri la legge, la scrupolosità e la buona fede. E ha detto di voler affrontare questo nuovo incarico con una sola guida: la propria coscienza. Quando il discorso si è concluso, l’applauso dell’aula è stato lungo. Non un applauso di circostanza, ma il segno di una fiducia già esistente, che quel giorno si è semplicemente rinnovata. Emanuele Bracone

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