Un punto fermo c’è, ed è scientifico: Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sono morte per una intossicazione acuta da ricina. Ma tutto il resto, dal “come” al “quando”, fino soprattutto al “chi” e al “perché”, resta ancora avvolto in una nebbia fittissima che, a quattro mesi dai fatti, continua a tenere con il fiato sospeso non solo il Molise ma l’intero Paese.
La conferma arriva dalla Procura di Larino, guidata da Elvira Antonelli, che nelle scorse ore ha reso noto l’esito degli studi tossicologici condotti dall’Istituto Maugeri. Una relazione che parla chiaro: nei campioni biologici delle due vittime è stata rilevata, con elevato grado di probabilità tecnico-scientifica, la presenza della tossina. Un dato che rafforza in maniera decisiva l’ipotesi dell’avvelenamento e che orienta definitivamente il perimetro dell’inchiesta.
Eppure, nonostante questo passaggio cruciale, la Procura ha voluto mettere subito un argine a letture affrettate: le risultanze tossicologiche non modificano, allo stato, né le ipotesi accusatorie né le posizioni giuridiche degli interessati. Un inciso tutt’altro che formale, che chiarisce come l’indagine – ancora contro ignoti – non abbia raggiunto elementi tali da determinare svolte sul piano delle responsabilità.
Un punto, questo, che va ribadito con forza: sia Alice che Gianni Di Vita restano parti offese, non indagati. Una precisazione necessaria in un contesto mediatico in cui ogni dettaglio rischia di essere amplificato oltre misura.
Intanto, il lavoro degli inquirenti – la Squadra Mobile di Campobasso diretta da Marco Graziano e coordinata dalla Procura frentana – prosegue senza sosta. Audizioni, verifiche, riscontri: un’attività capillare, quasi ossessiva, se rapportata alle dimensioni di un ufficio giudiziario di provincia, ma che testimonia la complessità di un caso che appare sempre più come un mosaico difficile da ricomporre.
Le anomalie, del resto, non mancano.
La prima riguarda proprio la dinamica dell’avvelenamento. L’ipotesi più immediata è quella di una contaminazione del cibo durante una cena prenatalizia. Ma qui emerge un elemento che continua a interrogare: Gianni Di Vita, presente a quella stessa cena, è risultato negativo alla ricina. Un dato che, come chiarito dagli stessi consulenti, non esclude in assoluto l’esposizione – la tossina potrebbe essersi degradata nel tempo – ma che introduce inevitabilmente un margine di incertezza nella ricostruzione.
Ed è proprio su questo punto che si concentrano alcune delle domande più delicate: se tutti hanno consumato gli stessi alimenti, perché solo due persone risultano contaminate?
È possibile che l’assunzione sia avvenuta in un momento diverso?
Oppure che sia stata ripetuta nel tempo, come peraltro ipotizzato da alcune linee difensive?
Sono interrogativi tutt’altro che secondari, perché incidono direttamente sulla scena del crimine e sulla sua collocazione temporale.
In questo quadro si inserisce anche un altro filone investigativo, quello legato alle ricerche sulla ricina eseguite da un computer di un istituto scolastico del Fortore. Un elemento che apre scenari inquietanti e che gli investigatori stanno cercando di approfondire senza lasciare nulla al caso.
Ma non è l’unico aspetto su cui si sta scavando.
C’è la dimensione familiare, apparentemente ordinaria, che col passare delle settimane ha iniziato a mostrare crepe e contraddizioni. C’è il contesto relazionale, su cui alcune ricostruzioni giornalistiche hanno acceso i riflettori, ipotizzando possibili intrecci di natura personale o sentimentale. Piste, queste, che restano allo stato suggestioni investigative e che necessitano di riscontri concreti.
E poi c’è il nodo, forse il più enigmatico, del cellulare di Alice. Gli accertamenti tecnici irripetibili disposti dalla Procura serviranno a ricostruire non solo i contatti e gli spostamenti della giovane, ma anche quelle annotazioni sui pasti consumati nei giorni precedenti al dramma. Un dettaglio che potrebbe rivelarsi prezioso per stabilire tempi e modalità dell’intossicazione, ma che da solo non è sufficiente a delineare un quadro accusatorio.
L’indagine, insomma, procede davvero “a 360 gradi”, come sottolineato dalla stessa Procura. E non è una formula di rito.
Perché se è vero che la scienza ha chiarito la causa della morte, è altrettanto vero che la verità giudiziaria appare lontana. Mancano i tasselli decisivi: il movente, la dinamica precisa, l’autore.
Chi ha introdotto la ricina? Quando è avvenuta l’esposizione? E soprattutto, perché colpire proprio madre e figlia?
Domande che, al momento, restano senza risposta. E che spiegano perché, nonostante i progressi, questo caso continui ad assomigliare più a un enigma che a un’inchiesta ormai indirizzata.
Nel frattempo, gli investigatori continuano a lavorare, nel silenzio e lontano dai riflettori. Con un obiettivo chiaro: trasformare indizi e ipotesi in prove. Perché solo allora il puzzle potrà dirsi davvero completo.
ppm

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