Proseguono gli accertamenti tecnici nell’inchiesta sul duplice omicidio di Sara Di Vita, 15 anni, e della madre Antonella, 50, morte per avvelenamento da ricina. Ieri pomeriggio, nel laboratorio di microscopia del Policlinico di Bari, si sono svolte le verifiche sui vetrini istologici dei circa 40 campioni ricavati dai frammenti di organo delle vittime prelevati durante l’esame autoptico.
«Nel corso dell’incontro al Policlinico di Bari – ha spiegato prima che iniziassero le operazioni la dottoressa Benedetta Pia De Luca, il medico legale che ha effettuato gli esami irripetibili sulle due donne – si darà la possibilità ai consulenti di parte di visionare al microscopio i vetrini ottenuti dai frammenti di organo prelevati in sede di autopsia il 31 dicembre scorso e durante l’incontro del 28 gennaio. L’analisi istologica è importante tanto quanto quella autoptica – ha aggiunto – e serve a rilevare eventuali elementi non evidenziabili con la sola visione macroscopica degli organi».
La dottoressa infine ha ribadito di aver chiesto una ulteriore proroga di 30 giorni per il deposito della relazione «alla luce della complessità del caso».
Non è detto che per evidenziare intossicazione da ricina debba esserci la necrosi in tutti gli organi – ha inoltre specificato alla stampa la dottoressa De Luca – ci sono altri reperti che sono comunque compatibili con l’intossicazione da questa sostanza. «Tutto ciò che abbiamo lo dobbiamo unire, quindi tossicologia, istologia e autopsia ci danno risposte che devono essere unite per poi capire qual è la causa del decesso».
In serata sono trapelati i primi esiti del confronto tra gli specialisti. L’avvocato Fabio Albino, difensore di uno dei medici indagati, ha riferito che secondo il consulente che ha partecipato agli accertamenti irripetibili, «è stata confermata la presenza della ricina nei vetrini analizzati». Probabilmente – la tesi di Pietrantonio Ricci, professore emerito di Medicina Legale dell’Università di Catanzaro – la somministrazione non è avvenuta in più fasi. «Ci sono dei segni importanti di interessamento di alcuni organi bersaglio», cioè «fegato e pancreas», «di origine chiaramente tossica», ha aggiunto il medico.
In questura, invece, proseguono gli interrogatori di amici e familiari. Gianni di Vita e sua figlia Alice potrebbero essere di nuovo sentiti dagli investigatori come persone informate sui fatti.
Nelle ultime ore è emersa anche la tesi di tensioni familiari, tra una delle vittime e una parente.
Le indagini, peraltro, sarebbero scandagliando anche le vite private delle persone coinvolte, alla ricerca di eventuali relazioni sentimentali passate.
Previsto nei prossimi giorni un nuovo sopralluogo nella casa sotto sequestro a Pietracatella, stavolta con una ricerca precisa, quella di tracce della ricina, il veleno che ha causato la morte delle due donne.
Parallelamente, nelle scorse ore la procuratrice Elvira Antonelli si è recata a Pavia per conferire nuovi incarichi agli esperti e acquisire ulteriori elementi scientifici utili alle indagini. L’incontro di ha avuto la finalità di discutere il caso di persona. Si continua a lavorare in attesa del deposito della relazione autoptica. L’attenzione degli inquirenti resta infatti concentrata sulla ricostruzione della dinamica dell’avvelenamento, ancora avvolta da diversi interrogativi.
Secondo uno scenario ipotizzato dagli specialisti dell’ospedale Cardarelli e trasmesso agli investigatori, la ricina – sostanza inodore, incolore e insapore – potrebbe essere stata sciolta nell’acqua bevuta dalle vittime durante una cena familiare. Sarebbe accaduto la sera del 23 dicembre, quando a casa c’erano solo Sara, Antonella e Gianni e in tavola c’erano cozze, insalata giardiniera e insaccati. Un’ipotesi, allo stato, ancora priva di conferma definitiva.
Determinante, in questo quadro, il lavoro svolto dal centro antiveleni di Pavia, struttura di eccellenza della Fondazione Maugeri, che dopo circa due mesi di analisi e l’esclusione di oltre 1.200 possibili agenti tossici, ha accertato la positività alla ricina per madre e figlia. Negativi, invece, gli esami ematici del marito e padre, Gianni Di Vita.
Proprio a Pavia gli inquirenti hanno chiesto ulteriori chiarimenti sulla tempistica dell’esposizione alla sostanza e sulla lettura complessiva dei dati clinici. Non si esclude che siano stati consegnati anche campioni alimentari conservati dalla Scientifica, per verificare l’eventuale presenza di tracce anomale.
Gli specialisti – come riferisce il Corriere della Sera – parlano di una morte “on-off”, tipica dell’azione della ricina: una sostanza capace di bloccare improvvisamente le funzioni cellulari vitali, con effetti letali che si manifestano tra le 48 e le 72 ore dall’ingestione. Proprio questa dinamica rafforza l’ipotesi della somministrazione attraverso un liquido come l’acqua, piuttosto che tramite cibi cotti, dove il calore potrebbe comprometterne l’efficacia.
Scartate, almeno per ora, altre piste: poco credibile l’ingestione diretta dei semi di ricino, dal sapore estremamente sgradevole, così come l’inalazione, incompatibile con i sintomi riscontrati nelle vittime. Non convince neppure l’ipotesi di una contaminazione delle flebo somministrate a domicilio da un infermiere amico di famiglia, che ha già fornito la propria versione agli investigatori e si è detto disponibile a ulteriori approfondimenti.
Nel frattempo, martedì scorso l’iPhone della figlia maggiore, Alice, è stato sottoposto a copia forense nell’ambito degli accertamenti irripetibili: gli inquirenti ribadiscono che la giovane è considerata persona offesa e non indagata. Le analisi riguardano comunicazioni familiari, note sull’operato dei medici, spostamenti e annotazione dei pasti consumati.
Le indagini restano aperte su più fronti, mentre gli esiti degli esami autoptici e tossicologici sono attesi come passaggio chiave per fare piena luce su una vicenda ancora ricca di zone d’ombra.
ppm

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