Gentile direttore,

La vicenda del concertone del primo maggio ha dimostrato ancora una volta quanto questo evento sia diventata una vuota passerella di artisti dalle tasche piene.

La speranza è l’ultima a morire, si dice, e quindi anch’io ho voluto nutrire quel fioco barlume di ottimismo con l’auspicio che si parlasse del Lavoro con la L maiuscola, senza retorica né secondi fini. Mai desiderio fu più frustrato.

L’Italia è in mutande, immiserita e imbruttita dalla pandemia, con vita sociale, spirituale, culturale in riserva, eppure si ha il coraggio di parlare in tutte le salse del disegno di legge Zan-Scalfarotto sull’omofobia, categoria con cui si mira a bollare tutti coloro che non si allineano al pensiero dominante. Con tanto di cassa risonanza in un rapper milanese.

Ci si è soffermati oltre misura sulla telefonata tra esponenti dell’emittente che ha trasmesso l’evento e l’artista meneghino, per non parlare del problema vero, ossia dell’arma di distrazione di massa del concerto-comizio indirizzato ad un popolo ormai apatico.

Il monologo del cantante, a un orecchio attento, si presenta come un vagito di infantilismi pronunciati da chi, in quanto ricco, famoso e dalla parte dei “dritti”, sa di poter infrangere le regole civili del dialogo, umiliando verbalmente chi si batte per la vita nascente e staccando dal contesto frasi di alcuni esponenti politici. E le frasi e le azioni scioccanti nei confronti di tutti quegli anziani e disabili nei confronti dei quali il dileggio di balordi raggiunge l’apice? Dov’era, signor rapper, a sparecchiare?

Il bisogno di una certa parte politica di trovare testimonials ad essa esterni per parlare non di diritti, ma per usare violenza verbale, scade nel grottesco. Parliamo della stessa compagine che non mette più piede nelle fabbriche da anni, la stessa per la quale il Peppone di guareschiana memoria si sarebbe gettato nel fuoco.

L’operaio che rischia di perdere il posto perché la sua azienda ha deciso di delocalizzare all’estero, la maschera di un cinema, la guida di un sito turistico, il violinista, il commerciante si sarebbero aspettati ben altro dalle elucubrazioni da palco: parole di sincera empatia, sostegno pieno alla loro condizione e volontà di risolvere problemi che, per molti versi, assomigliano a quelli del secondo dopoguerra. Tu spettatore attendi un minuto, un’ora, poi cambi canale o smonti le tende da un luogo dove si sta ospitando il nulla.

Perché così è. per quanto non lo si voglia narrare: il sentimento, nonostante tutto, è quello di chi ha una dignità, di chi percepisce che i problemi reali del Paese sono altri, di chi non può credere che, nel 2021, non ci sia un impianto normativo a tutela di certe categorie (vedi la legge Mancino o l’articolo 604 bis e ter del codice penale).

In qualità di lavoratrice mi sento profondamente offesa da quanto accaduto a Roma: se qualcuno ha il coraggio, chieda scusa a tutti i lavoratori che quotidianamente danno il cuore e l’anima per produrre e per mantenersi.

Non confidando in alcun riflettore puntato, la ringrazio se comunque avrà dedicato qualche minuto alle mie riflessioni.

Cordiali saluti

Maria Vittoria Mastronardi

“La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature” (Franklin Delano Roosevelt)

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