Gentilissimo direttore,

non amo parlare di Covid perché ormai è circa un anno e mezzo che dedichiamo parecchie ore delle nostre giornate a farlo dimenticandoci di altri problemi non meno gravi, però mi sento costretta a farlo a seguito di spettacoli non proprio edificanti da me visti sia a Campobasso che ad Isernia da quando ci sono state le tanto agognate aperture.
Giovani, giovanissimi, meno giovani pullulanti per le vie di quella che ormai viene chiamata movida, e che non puoi neanche più definire sano svago, tanto è divenuta un’abitudine scomposta per i più e tanto ha cambiato i connotati nell’ultimo decennio, prendendo modi e maniere in prestito dagli Stati Uniti che, lasciatemelo dire perché ci sono vissuta, in più di un caso hanno esportato fuffa.
Se la fiera della savana viene tenuta in gabbia, sta buona, ma se la liberi, fa la malora: questa è l’immagine che mi viene in mente quando rifletto sugli assembramenti di cui sopra, che non sono gli stessi dei mezzi di trasporto, settore troppo spesso bistrattato come la scuola e la cultura e messo sullo stesso piano di ambiti che, diciamocelo pure, avendo l’edonismo come leit motiv, sono naturalmente portati a certi scavalcamenti di confine: il confine del buon senso, il confine di chi pensa che la propria libertà finisca quando comincia quella dell’altro, il confine di chi non mette al centro il proprio io.
Sottolineare poi l’assenza di mascherina da parte della stragrande maggioranza degli avventori da me osservati in questi due giorni, anche se avevano terminato di mangiare o bere e quindi potevano e dovevano indossarla di nuovo, è superfluo. Magari costoro si permettono di sdegnarsi se vedono un malcapitato senza il dispositivo di protezione su una ciclabile su cui passano quattro gatti e due cani!
La vicenda Covid è imperniata di contraddizioni, passi falsi, incongruenze, lo sappiamo, ma se dobbiamo tutte le volte ricominciare daccapo perché ci sono i gesti imprudenti di qualcuno, allora rimpiango il lockdown!
Per onestà intellettuale, inoltre, dovremmo ricordarci che a patire gli effetti economici di questo maledetto virus sono e saranno tanti altri comparti, compreso quello in cui lavoro, che è legato alla piccola manifattura: non mi sembra di aver trovato qualche templare mediatico che abbia voluto cavalcare lancia in resta in loro difesa. Quanto meno, non lo ha fatto sistematicamente come è avvenuto per il variegato mondo della ristorazione.
Tutti dobbiamo guadagnare per vivere, è innegabile, ma chiediamoci, con onestà, se vogliamo una società che se ne frega di tutto e di tutti purché goda, o se invece desideriamo un edificio che non crolli anche in caso di scosse telluriche. Questo dovrebbe portarci a pensare che settori snobbati negli ultimi anni come l’agricoltura e la piccola manifattura da me citata possono costituire un valido volano di ripartenza. Un po’ più stoici e meno epicurei se vogliamo una società migliore, insomma.
Con buona pace di chi storce il naso dinanzi a una tale prospettiva.

Distinti saluti
Rosalba Caterini
Campobasso

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