Giovanni Mascia
Nel 2025, centenario della nascita, Giose Rimanelli (Casacalenda 1925 – Lowell, Massachusetts, 2018) è stato al centro di numerosi omaggi internazionali. A Toronto gli è stato intitolato il Librissimi Italian Book Festival, tra letture, concerti e incontri a lui dedicati. A Montréal, la rassegna Primavera Molisana ne ha ricordato l’eredità attraverso film, documentari e un incontro sul rapporto tra dialetto e poesia nella sua scrittura. A Campobasso, l’Università del Molise ha dedicato alla dimensione transnazionale e critica della sua opera il convegno internazionale Beyond Borders: New Perspectives on GioseRimanelli.
Tra le iniziative del centenario figura anche la pubblicazione postuma di Coma. Appunti per un’Autobiografia (Cosmo Iannone, Isernia 2025), a cura di Norberto Lombardi. Elaborato per oltre un decennio e corredato di note, il volume pronto fin dal 2006, ma rimasto inedito per ragioni editoriali, si presenta come una testimonianza centrale del percorso umano e letterario dello scrittore.
Nella scheda biobibliografica, redatta dallo stesso Rimanelli, sono ricordati la formazione in un collegio religioso pugliese e il coinvolgimento a diciassette anni nella guerra civile italiana (1943-1945), esperienza da cui nacque il suo primo romanzo, Tiro al piccione. Negli anni successivi viaggiò come giornalista in Europa e nelle Americhe; nei primi anni Sessanta si trasferì definitivamente negli Stati Uniti, dove ha insegnato lingua e letteratura comparata in diverse università.
Raggiunta la notorietà internazionale con i romanzi degli anni Cinquanta – Tiro al piccione (1953), Peccato originale (1954), Biglietto di terza (1958), Una posizione sociale (1959), – dagli anni Sessanta la sua produzione si amplia e si diversifica tra narrativa, autobiografia e memoria (tra cui Graffiti, Molise Molise, Familia, Detroit Blues, Accademia, Il viaggio: un paese chiamato Molise), saggistica e cronaca culturale (Il mestiere del furbo, Tragica America), poesia in italiano, inglese e dialetto molisano (da Carmina blabla a Moliseide e Jazzymood), oltre ad alcune prove teatrali (Tè in casa Picasso, Il corno francese, Lares).
Nel saggio introduttivo (Le glosse della vita), Francesca D’Alfonso sottolinea come Coma metta a fuoco uno dei nuclei più costanti della poetica rimanelliana: il ritorno alla memoria come forma di conoscenza. Il Molise vi appare non solo come luogo d’origine, ma come spazio interiore che attraversa l’intera opera; e i momenti fondativi – il trauma infantile, l’esperienza del seminario, la guerra – diventano nuclei permanenti della scrittura. Anche la struttura frammentaria del libro e il sistema di note riflettono questa logica di ritorni e stratificazioni, facendo dell’autobiografia il centro stesso della ricerca letteraria di Rimanelli.
Una lettura convincente la sua, se si pensa che su quei momenti fondativi e altri di pari impatto, lo scrittore è tornato tutta la vita, riproponendoli – sempre gli stessi e sempre nuovi – nelle pagine e nei libri via via pubblicati. È tornato a “rimanellare”, per usare la formula coniata da Neil Novello in una corposa recensione a Coma, significativamente intitolata Io, GioseRimanelli.
A questo scrittore poliedrico, capace di attraversare lingue, generi e continenti, chi scrive deve anche un sentimento di gratitudine per i contatti risalenti alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, non sempre privi di contrasti, ma sempre animati da un confronto intellettuale vivo e leale. Non sorprende, perciò, risentirne un’eco nelle pagine di Coma dedicate all’adolescenza vissuta da Rimanelli in un seminario delle Puglie.
Figura centrale è Padre Ciro, teologo brillante e ambiguo: predicatore colto, capace di affascinare i ragazzi con lezioni su Agostino, Dante e la Patristica, ma anche presenza inquietante, fisicamente invadente e psicologicamente dominatrice. Attorno a lui si crea un clima sospeso tra fervore intellettuale e malsana suggestione, in cui la formazione spirituale si intreccia con la scoperta tormentata della sessualità adolescenziale.
Il seminario appare così insieme luogo di cultura e di repressione: letture proibite, sensi di colpa e vergogne convivono con il latino della liturgia e le speculazioni teologiche. In questo ambiente il giovane protagonista sviluppa una coscienza divisa: attratto dalla cultura religiosa, ma sempre più consapevole che quel mondo non è il suo. L’uscita dal seminario diventa così il primo gesto di emancipazione. Tornato a Casacalenda – che gli appare ormai come una “cassa da morto” – si sente straniero e senza direzione; neppure l’incontro con il vescovo di Termoli riesce a offrirgli un vero sostegno. Seguiranno la fuga dal paese, a bordo di un camion dei tedeschi in ritirata, e il precipitare negli eventi della guerra, poi narrati in Tiro al piccione, sotto il nome di Marco Laudato.
Rimanelli tornerà più volte su quell’esperienza. In Detroit Blues rievoca l’incontro con un vescovo e poi con un cardinale del Sant’Uffizio, ai quali confessa la decisione di non prendere i voti, tormentato dalla sessualità e dal desiderio di vivere nel mondo. Il cardinale non lo condanna e lascia aperta la possibilità di un futuro ritorno al sacerdozio. Ed ecco il ricordo riaffiorare anni dopo, in una lettera dello scrivente, che gli narra la storia di un ex religioso poi diventato sacerdote.
Nella risposta (“la tua lettera è vivissima di memorie”), Rimanelli confessa quanto quell’esperienza sia rimasta al centro della sua immaginazione narrativa: dal racconto Il pretino al progetto cinematografico Il fuoco sotto la cenere, fino a un più ampio disegno romanzesco che avrebbe seguito la vicenda di un seminarista molisano destinato a diventare prima antropologo negli Stati Uniti e poi missionario laico in Perù.
Ma nelle pagine di Coma la memoria non è mai solo autobiografia: è anche una rete di incontri, figure e destini che attraversano il Molise e ritornano nella scrittura. In realtà, la vocazione di don Mercurio Simonelli di Toro, di cui era stato messo al corrente, aveva radici profonde ed era maturata senza tentennamenti, insieme all’altra grande vocazione dell’insegnamento. Purtroppo la regola della Congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane, alla quale Mercurio apparteneva, vietava il sacerdozio. Di qui la decisione di lasciare l’istituto, nonostante la vocazione si rafforzasse, anche grazie all’incontro profetico con papa Giovanni XXIII, il quindici agosto 1960. Al bacio dell’anello, il papa, senza che Mercurio avesse proferito parola, gli disse: «Non è sbagliato se al termine di una vita intera al servizio della Chiesa nel mondo della scuola, poi ci si renda utili con il sacerdozio».
E trentasei anni dopo, nel 1996, la profezia di papa Giovanni si avverava. Dopo una vita di insegnamento laico, spesa in Sicilia, Roma, Brescia e infine a Napoli, il neo sacerdote don Mercurio Simonelli, dopo una breve esperienza a Napoli, tornava in Molise per esercitare il ministero a Campobasso e nella parrocchia di Gildone, per oltre un ventennio, prima che la morte lo cogliesse, a 83 anni.
Tornando a Rimanelli: durante la forzata permanenza nella Casacalenda, “cassa da morto”, il giovane ignorava che la casata paterna fosse tutt’altro che antica, e che il cognome di famiglia nascesse dall’anagramma di Marinelli. Lo aveva escogitato l’ebanista Leo Marinelli per riconoscere senza scandalo il figlio illegittimo Seppe, il nonno dello scrittore, il quale ne racconterà poi la storia «in varie forme e in varie parti dei [suoi] scritti, e con una certa esattezza storica in Molise Molise». Rimanellando in maniera esemplare, Rimanelli ricorda come il nonno fosse cresciuto povero e analfabeta ed emigrante stagionale a St. Paul, Minnesota. Con una sorta di ironico ritorno del destino, anche lui finirà a vivere proprio a St. Paul, dove riflette sulla storia familiare, sull’emigrazione e sul cerchio simbolico che lega tre generazioni dei Rimanelli, fissandola in un sonetto del 28 agosto 1995, il cui incipit suona «Sorpreso dalla sera che s’inchina» e la cui conclusione è nella domanda rivolta a G.B. (il critico molisano Giambattista Faralli, prefatore di Molise Molise): «G.B. credi che il vecchio prevedesse?». La stessa domanda la rivolgerà poi a un Joseph, avendo deciso di incorporare il sonetto, con l’ultimo verso opportunamente modificato, nella raccolta Sonetti per Joseph, e giacché c’era di inviare lo stesso sonetto a chi scrive, con tanto di dedica e firma con faccina racchiusa nella G di Giose. E chissà se si è fermato lì.
Dopo l’anagramma, ecco che in Sciarade, l’ultimo enigmatico capitolo di Coma, Rimanelli tira in ballo un misterioso Nicola, anzi un Nicò, al quale è bene dare una identità, perché sarebbe ingiusto che la familiarità con la quale è ricordato nel libro, finisca per lasciare anonimo «un poeta caro e bravo». Quel Nicola, che all’epoca ebbe un intenso scambio epistolare con l’autore, è ricordato mentre guarda crescere i pomodori nell’orto e vive «come vivono i poeti taciturni e sognatori, pago del lavoro quotidiano al servizio della poesia», del lavoro che lo «compensa di tante amarezze, soprattutto quella di vedere parati a festa i buoni a nulla», èNicola Iacobacci, classe 1935, anche lui di Toro, coetaneo e conterraneo di don Mercurio. Nicola che cita Shakespeare, è l’autore della raccolta di poesie Di/spero (Parole al muro), uscita una decina di anni prima (1985), da Rimanelli recensita con grande cordialità, dopo che ne aveva tradotto in inglese A mia madre, la lirica di addio alla madre, da annoverare tra i classici della poesia italiana, qualora la poesia in Italia abbia ancora un senso e una funzione. Comunque sia, di quella lirica, vale la pena di riproporre almeno la strofa finale:
Tempo d’addio:
la sedia di paglia è già
pietra per l’allodola stanca
di volare.
Appunto. Tempo di addio: Rimanelli ci lasciava otto anni fa, a gennaio; Iacobacci lo seguiva a maggio, e don Mercurio ad agosto di quel triste 2018.























