Sarà la Corte di giustizia europea a stabilire se il ‘decreto inceneritori’, emanato in attuazione del più famoso (o famigerato) Sblocca Italia, è compatibile o meno con le normative europee relativa ai rifiuti.
Lo ha stabilito il Tar del Lazio che, rimettendo la questione ai giudici del Lussemburgo, ha sospeso il giudizio sul ricorso presentato e sostenuto – fra gli altri – dal Movimento Rifiuti zero (rappresentato dai legali Federico Pernazza e Antonello Ciervo) e a cui si ha aderito anche il l’associazione ‘Mamme per la Salute’ di Venafro (difesa dall’avvocato Carmela Auriemma).
L’ordinanza è di due giorni fa.
Tra le censure dei ricorrenti, l’individuazione – nelle tabelle del decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 10 agosto 2016 (pubblicato in Gazzetta il 5 ottobre successivo) – della capacità di trattamento annuale, il ‘censimento’ degli impianti in esercizio e di quelli esistenti non in esercizio, nonché le Regioni in cui realizzare o potenziare gli impianti necessari a soddisfare il fabbisogno nazionale e le relative capacità.
Gli impianti, inoltre, vengono definiti dal dpcm “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale” che “realizzano un sistema integrato e moderno di gestione di rifiuti urbani e assimilati, garantendo la sicurezza nazionale nell’autosufficienza del ciclo di gestione integrato dei rifiuti” ai sensi della direttiva europea.
Per quanto riguarda il Molise, è presente nella tabella A: fra gli impianti in esercizio c’è quello di Pozzilli.
Anche se la regione non è interessata da altri potenziali insediamenti, la qualificazione di impianto di interesse nazionale creò non poche polemiche e destò molte preoccupazioni. Intanto, perché la quella qualificazione affievolisce il potere degli enti locali. In caso di emergenza chi può garantire che la capacità autorizzata del sito non aumenterà per decisione del governo centrale?
Lo Sblocca Italia è un tema giuridico affrontato anche nel ricorso di Herambiente contro l’autorizzazione integrata ambientale rilasciata dalla Regione, ritenuta più restrittiva rispetto al decreto al quale invece l’azienda chiedeva di uniformarsi limitando le prescrizioni (in quel caso però il Tar ha dato ragione a Palazzo Vitale).
L’inceneritore di Hera è stato, inoltre, oggetto di un ‘tentativo’ di accordo fra Molise e Abruzzo. In Abruzzo, in base al decreto del ministro Galletti, deve essere realizzato un impianto. Per evitarlo, l’amministrazione D’Alfonso puntò a utilizzare quello di Pozzilli d’intesa con la Regione Molise. Ma poi non si è concretizzato nulla.
Ad ogni modo, secondo i ricorrenti al Tar del Lazio il ‘decreto inceneritori’ è contrario alle norme europee sui rifiuti che privilegiano altre forme di gestione ispirandosi ai principi di precauzione o di minore impatto. Mentre «nessuna misura specifica volta al riciclo o al riuso di rifiuti era stata prevista con gli strumenti del decreto legge e del dpcm in questione, dato che l’articolo 35 del decreto legge citato (Sblocca Italia, ndr) aveva dato una priorità assoluta all’incenerimento, riconoscendo persino un “preminente interesse nazionale” all’implementazione degli impianti esistenti e alla realizzazione di nuovi».
La decisione del Tar Lazio era molto attesa. Per quella definitiva, però, bisognerà attendere la Corte del Lussemburgo.

r.i

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