Non “borghi”, ma “paesi”. Comunità vere, vive, abitate da persone che resistono ogni giorno allo spopolamento, all’isolamento, alla perdita dei servizi e all’abbandono delle aree interne. È questo il cuore del nuovo “Quaderno della Solidarietà” della Caritas diocesana di Trivento, il report 2025 presentato con un titolo che è già una dichiarazione di intenti: “Non borghi, ma paesi: comunità che resistono allo spopolamento”.
Un lavoro che parte dall’ascolto del territorio e che, attraverso dati, analisi sociografiche e riflessioni pastorali, restituisce la fotografia di una vasta area dell’alto Molise e dell’entroterra abruzzese segnata da una crisi demografica ormai strutturale. Dal 1992 al 2024 i 40 comuni della Diocesi hanno perso complessivamente 16.451 abitanti, passando da 48.648 residenti a 32.197, con una riduzione del 33,8%.
Numeri che, nel documento curato dalla Caritas, vengono letti non come semplici statistiche ma come il segno concreto di un impoverimento umano e sociale che coinvolge intere comunità. «Dietro i numeri ci sono persone, relazioni, storie, famiglie», scrive don Alberto Conti, direttore della Caritas di Trivento, che invita a superare la narrazione estetizzante dei “borghi” per tornare a parlare di “paesi”, cioè luoghi reali dove si vive, si lavora, si invecchia e si resiste.
Il quadro delineato dal rapporto è severo. Nei comuni della Diocesi il saldo naturale continua a essere drammaticamente negativo: nel solo 2024 si sono registrate 141 nascite contro 612 morti, con una perdita netta di 471 residenti. In diversi paesi non è nato neppure un bambino: è il caso, tra gli altri, di Borrello, Rosello, San Giovanni Lipioni, Molise, Castelverrino e Vastogirardi.
Accanto alla denatalità, pesa l’invecchiamento della popolazione. Su 32.197 residenti, gli anziani sono oltre 10mila. Una condizione che si intreccia con la progressiva riduzione dei servizi essenziali: scuole che chiudono, trasporti insufficienti, carenza di medici di base, infrastrutture fragili e sanità territoriale sempre più lontana.
Particolarmente duro il passaggio dedicato alla sanità e alle infrastrutture. Nel Quaderno si parla apertamente della chiusura di presidi ospedalieri e della difficoltà, per chi vive nelle aree montane, di raggiungere centri sanitari adeguati. Un tema che la Caritas collega direttamente anche ai recenti eventi atmosferici che hanno colpito il Molise e l’alto Vastese, aggravando ulteriormente l’isolamento di molte comunità già fragili. Frane, ponti crollati e strade dissestate vengono indicati come il simbolo di un territorio lasciato progressivamente indietro.
Ma il rapporto non si limita alla denuncia. Nel documento emerge anche la volontà di indicare possibili strade di rilancio. Dalla fiscalità agevolata per incentivare il ritorno nei piccoli comuni, fino al recupero delle case abbandonate, passando per il rafforzamento della scuola e della sanità pubblica nelle aree interne.
Centrale anche il tema del lavoro. La Caritas sottolinea come oggi non esista soltanto un problema di mancanza di occupazione, ma anche una crescente difficoltà nel reperire figure professionali artigianali e tecniche. Muratori, elettricisti, meccanici, idraulici: professioni sempre più rare in territori che rischiano di perdere competenze essenziali.
Nel testo trova spazio anche una riflessione culturale e sociale più ampia. Secondo don Alberto, nelle aree interne si starebbe indebolendo persino il valore della parola e dei legami comunitari, un tempo fondati sul mutuo aiuto e sulla fiducia reciproca.
Da qui il richiamo finale alla responsabilità condivisa di istituzioni, Chiesa e comunità locali. La Caritas ribadisce di voler continuare a percorrere due strade: quella dell’advocacy, per dare voce ai territori fragili, e quella della prossimità concreta verso le persone.
«Valeva la pena venire qui», ricordano infine le parole pronunciate da Giovanni Paolo II durante la visita ad Agnone e nella diocesi di Trivento. Una frase che nel Quaderno viene riletta come un invito a non considerare le aree interne luoghi marginali, ma una ricchezza da custodire.
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