La promozione è arrivata. Meritata, sudata, costruita nel tempo. Festa, gioia, orgoglio. Ma adesso basta coriandoli: è il momento delle scelte vere.
Perché la Serie D non si gioca solo sul campo. Si gioca – e soprattutto si vince – fuori, nelle stanze dove si decide se una città vuole crescere oppure continuare a galleggiare nella mediocrità.
La famiglia Patriciello – Nicandro e Roberto – ha fatto il suo. Lo ha fatto ieri e lo ha fatto oggi, riportando il Venafro dove merita. Non era scontato. Non lo è mai. E proprio per questo ora non può essere lasciata sola.
Il punto è semplice: Venafro non ha uno stadio all’altezza.
Il “Marchese Del Prete” è lo specchio di anni di immobilismo. Un impianto vecchio, rattoppato, inadeguato. Non è questione estetica, è questione di dignità sportiva. E civile.
Nel 2026 non puoi avere spogliatoi senza uno spazio per arbitri donna. Non puoi pensare di affrontare un campionato interregionale con una struttura che sembra uscita dal dopoguerra. Non puoi continuare a mettere pezze solo quando l’emergenza ti esplode in faccia.
E qui entra in scena chi, forse, ha capito tutto prima degli altri.
I tifosi.
“La Vecchia Guardia”, “Ultras 1982”, “Gioventù Venafrana” non si sono limitati a festeggiare. Hanno fatto quello che una comunità matura deve fare: alzare la testa e chiedere futuro.
Subito dopo l’ultimo triplice fischio hanno chiesto un incontro al sindaco Alfredo Ricci. Non per polemica sterile, ma per avere risposte. Per sapere. Per programmare.
Questa non è pressione. È lungimiranza.
Perché il vero salto di categoria non è quello dalla Eccellenza alla Serie D. È quello da una gestione emergenziale a una visione strutturata dello sport.
Venafro paga da anni un prezzo altissimo: marginalizzazione, problemi ambientali, occasioni perse. Eppure proprio il calcio, oggi, ha riacceso qualcosa che sembrava sopito. Un senso di comunità, di appartenenza, di orgoglio collettivo.
E allora la domanda è semplice, diretta e per certi versi anche banale: si vuole cogliere questa occasione o la si vuole sprecare?
Non bastano rattoppi. Non bastano promesse. Serve un cambio di paradigma.
Non è lo stadio che deve nascere perché la squadra è salita di categoria. È l’impiantistica che deve esistere prima, per permettere alla città di crescere.
Servono strutture. Plurali.
Campi da calcio, certo. Ma anche basket, pallavolo, atletica. Spazi per i giovani, per le scuole calcio, per le associazioni. Perché lo sport è cultura, salute, identità.
Il sindaco ha aperto al confronto. Bene. È il minimo.
Ma adesso servono atti concreti. Tempistiche. Progetti. Risorse.
Perché senza un impianto adeguato, senza una visione vera, il rischio è uno solo: che questo sogno finisca prima ancora di cominciare.
E a quel punto, se non ci saranno le condizioni, farebbe bene anche la società a fare scelte drastiche. Portare il titolo altrove non sarebbe un tradimento. Sarebbe una conseguenza.
La verità è che qui non si tratta solo di calcio. Si tratta di capire che città vuole essere Venafro.
La squadra ha vinto. La società ha investito. I tifosi hanno dimostrato maturità e visione.
Adesso tocca alla politica.
Il tempo delle chiacchiere è finito da un pezzo. Lu.Co.




















