Non è un’indagine sulla persona, ma sui dati. È questo il punto fermo da cui partire per comprendere il significato del sequestro del telefonino di Alice Di Vita, la giovane sopravvissuta alla tragedia familiare di Pietracatella, che ha perso in pochi giorni la madre Antonella e la sorella Sara. Una vicenda che resta ancora avvolta da interrogativi profondi e che oggi registra un nuovo passaggio investigativo, delicato quanto inevitabile.
Il dispositivo, un iPhone 12 Pro, è stato acquisito nei giorni scorsi (13 aprile) nell’ambito degli accertamenti tecnici irripetibili disposti dalla Procura di Larino. Si tratta di una procedura prevista dal Codice di procedura penale, che consente di cristallizzare elementi potenzialmente rilevanti per le indagini, garantendo al tempo stesso il contraddittorio tra le parti.
Un aspetto, questo, che segna già il perimetro dell’operazione: non un atto investigativo “contro” Alice, ma un passaggio tecnico volto a ricostruire un contesto, una sequenza di fatti, una rete di relazioni e comunicazioni che potrebbero contribuire a chiarire cosa sia accaduto nei giorni precedenti e successivi ai decessi.
Dagli atti emerge infatti come la giovane sia considerata parte offesa nel procedimento, al pari del padre, e non risulti indagata. Un elemento che non è solo formale, ma sostanziale, perché definisce il ruolo della ragazza all’interno dell’inchiesta: non oggetto di sospetto, ma possibile fonte di elementi utili alla verità.
L’analisi del telefono si concentrerà su un arco temporale ben preciso, che va da dicembre fino alla data del sequestro. Un periodo che include le giornate cruciali delle festività natalizie, quando si è consumata la tragedia. L’obiettivo degli inquirenti è quello di estrarre e organizzare una copia forense completa dei dati contenuti nel dispositivo, per poi procedere a una selezione mirata degli elementi ritenuti rilevanti.
Nel dettaglio, verranno esaminate le comunicazioni tra Alice e i membri della sua famiglia – madre, padre e sorella – con particolare attenzione agli ultimi contatti avuti con le due vittime. Un passaggio chiave per comprendere lo stato dei rapporti, eventuali segnali di malessere e soprattutto le conversazioni intercorse nelle ore precedenti ai ricoveri e ai decessi.
Non solo. Gli accertamenti riguarderanno anche i messaggi scambiati con amici e parenti, inclusi quelli successivi alla morte di Antonella e Sara, nei quali la giovane potrebbe aver commentato quanto accaduto e, in particolare, l’operato dei sanitari. Un aspetto che si inserisce direttamente nel filone d’indagine che vede cinque medici iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo.
Tra gli elementi oggetto di analisi figurano anche le note salvate sul telefono, dove sarebbero stati annotati i pasti consumati dalla famiglia nei giorni tra il 22 e il 25 dicembre. Un dettaglio che, se confermato, potrebbe assumere un peso significativo nella ricostruzione degli eventi, soprattutto alla luce dell’ipotesi di avvelenamento che resta sullo sfondo dell’inchiesta.
Parallelamente, i tecnici esamineranno la cronologia della navigazione internet, eventuali ricerche effettuate dalla ragazza, i dati di geolocalizzazione del dispositivo e gli account utilizzati. Tutti elementi che, letti nel loro insieme, possono contribuire a delineare un quadro più completo dei fatti.
Le operazioni di copia e analisi dei dati saranno eseguite il 28 aprile prossimo presso gli uffici della polizia giudiziaria, con la possibilità per le parti – indagati e persone offese – di partecipare con propri consulenti. I tempi tecnici non sono brevi: si parla di un periodo che può arrivare fino a 60 giorni, salvo proroghe, anche in considerazione della quantità di dati da esaminare.
Ma al di là degli aspetti procedurali, resta la dimensione umana della vicenda. Il sequestro di un telefono, in un’indagine così complessa e delicata, non è mai un gesto neutro: significa entrare nella vita quotidiana di una ragazza, nei suoi messaggi, nei suoi pensieri annotati, nei frammenti di normalità che precedono una tragedia.
Per questo motivo, più che mai, è necessario mantenere equilibrio e misura nel racconto. Alice Di Vita è, prima di tutto, una giovane donna che ha perso la madre e la sorella in circostanze drammatiche e ancora da chiarire. Il suo telefono, oggi, diventa uno strumento investigativo. Ma la sua posizione resta quella di chi attende risposte, non di chi deve fornirle sotto accusa.
E forse è proprio qui che si gioca la partita più difficile per chi indaga: distinguere tra il bisogno di verità e il rispetto per il dolore.
In attesa degli sviluppi sugli accertamenti tecnici, resta centrale anche il quadro più ampio dell’inchiesta. Si attendono infatti a ore i risultati degli esami affidati al Centro antiveleni di Pavia, chiamato a confermare in via definitiva la presenza di ricina nei corpi delle due vittime e a chiarire eventuali tracce anche nell’organismo del padre, Gianni Di Vita.
Nei giorni scorsi, proprio Gianni e la figlia Alice – insieme ad altre numerose persone – sono stati ascoltati dagli investigatori della Squadra Mobile di Campobasso come persone informate sui fatti. Le versioni fornite da entrambi, utili a ricostruire le giornate in cui si è consumata la tragedia, sarebbero risultate finora coerenti tra loro.
Da mesi, inoltre, padre e figlia non vivono più nella loro abitazione di Pietracatella, posta sotto sequestro subito dopo i decessi, ma sono ospiti di una parente. Anche quest’ultima è stata sentita a lungo dagli inquirenti, in più momenti, nell’ambito delle attività investigative volte a verificare ogni possibile elemento utile emerso nel periodo successivo ai fatti.
Intanto, sul fronte medico-legale, non si esclude un ulteriore slittamento: il consulente nominato dalla Procura potrebbe chiedere più tempo per depositare la perizia autoptica e tossicologica, rinvio legato alla particolare complessità degli accertamenti in corso e alla necessità di incrociare tutti i dati disponibili prima di giungere a conclusioni definitive.
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