Detta così com’è, dritto per dritto, è di quelle notizie che si danno chiedendo all’interlocutore di mettersi seduto. Molisano medio, molisano che vivi e paghi le tasse in Molise, sei seduto? Bene, allora è confermato: il debito della sanità è tutto sulle tue spalle.
È vero, nulla di nuovo sul fronte occidentale. Ed è la seconda volta in poche settimane che la citazione letteraria e cinematografica fa al caso della sanità regionale (la prima, in merito al parere dei ministeri di Economia e Salute che hanno bocciato il Programma operativo). Ma la conferma arriva con una tempistica quanto meno beffarda.
Della sentenza del Tar che ha respinto il ricorso del “cittadino contribuente” Andrea Montesanto, che ha impugnato atti del Consiglio e della giunta regionali in materia di bilancio perché a suo parere la parte del debito relativa alla sanità è da accollare allo Stato, si è saputo 48 ore dopo altri due verdetti salasso per i contribuenti molisani: quelli che riconoscono i danni (oltre 300 mila euro ciascuno) a Filoteo Di Sandro e Massimiliano Scarabeo, ex inquilini di Palazzo D’Aimmo, per la cancellazione della surroga che la le siglatura Toma li ha estromessi dal Consiglio.
Per gli amanti di proverbi e adagi popolari, sopra il cotto l’acqua bollente.
Assistito dagli avvocati Antonio Di Pietro, Margherita Zezza e Pino Ruta, Montesanto ha avviato mesi fa la causa davanti alla giustizia amministrativa per chiedere l’annullamento della determinazione del disavanzo della Regione e del conseguente piano di rientro: la quota relativa alla sanità va stralciata perché lo Stato guida da anni, attraverso i commissari, le scelte sulla sanità ed è quindi sua responsabilità il maggiore disavanzo.
Tesi sostenuta strenuamente in Consiglio dal capogruppo di Costruire democrazia Massimo Romano (ha più volte chiesto al centrodestra di aprire una vertenza politica con Roma sul punto) e che, sulla via giudiziaria, ha trovato anche l’adesione di Cgil, Cittadinanzattiva, Legacoop e Cna Molise (che si sono aggiunte al ricorso di Montesanto).
La tesi però è stata completamente rigettata dal Tribunale amministrativo nella sentenza pubblicata l’8 aprile scorso (è finita sulla stampa solo nelle ultime ore) che rigetta il ricorso perché infondato. Non ci sono norme a sostegno, né giurisprudenza. La nomina del commissario, si legge tra le argomentazioni, «rappresenta un intervento sostitutivo necessitato dalle inadempienze della Regione; e nemmeno la sua – pur consistente – durata nel tempo può produrre alcun effetto sulla titolarità del debito».
Non solo, il commissario «pur essendo un organo dello Stato» svolge «pur sempre funzioni i cui risultati (in primis, economici) imputano effetti diretti sulla Regione». In altre parole, «il disavanzo del settore sanitario per cui è causa si riferisce pur sempre a debiti assunti per assicurare beni e servizi nel territorio della Regione Molise, ancorché il relativo indebitamento possa essersi perfino incrementato nell’attuazione del piano di rientro sotto la gestione della struttura commissariale.
Il fatto, quindi, che l’attuazione del piano di rientro non sia riuscita a risolvere la situazione di disavanzo nemmeno sotto la guida del commissario, di per sé stesso, non può in alcun modo comportare un automatico spostamento della titolarità del disavanzo a carico dello Stato». E, ancora, «il protrarsi della condizione di disavanzo si ricollega a cause sicuramente meritevoli di approfondimento e di risposte adeguate da parte dei competenti organi regionali e statali: ma le sue ricadute, in termini di responsabilità e di contabilizzazione, esulano dall’odierno thema decidendum, dal momento che in nessun caso esse potrebbero tradursi in un automatico spostamento della titolarità dei debiti regionali in capo allo Stato».
ritai

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