«Gianni Di Vita e sua figlia Alice? In queste ore ragionano come fossero dei sopravvissuti. Ha capito cosa intendo? Dei sopravvissuti. Che soffrono per aver perso una figlia e la moglie, la madre e una sorella, e per la gogna mediatica».
Vittorino Facciolla è amico dell’ex sindaco di Pietracatella che ha perso moglie e figlia minore nel caso che sta contendendo a Garlasco il primato delle attenzioni di mezzi di informazione e social. Ed è da qualche settimana il suo avvocato. Da pochi giorni assiste pure Alice, la primogenita sul cui iPhone (sul contenuto di chat, mail e note salvate) sembrano confidare molto gli inquirenti per capire cosa è accaduto in quella famiglia, e nel giro più stretto di amici e conoscenti, dal 1 dicembre al tragico Natale e poi ai mesi successivi fino all’alert del centro antiveleni di Pavia: attenzione, Sara e sua madre Antonella (morte al Cardarelli il 27 e il 28 dicembre) non sono negative alla ricina. Un veleno potentissimo e difficilissimo da maneggiare. Da dosare nel modo giusto se si hanno intenti assassini. Facciolla ha usato in queste ore l’esempio del Mossad ma si potrebbe evocare, senza esagerare, i servizi segreti russi. Tutto lontano anni luce dal Molise agricolo e interno. Da Pietracatella. Eppure.
Eppure la relazione ufficiale del Maugeri ora non lascia più dubbi: Sara Di Vita, 15 anni, e sua madre Antonella Di Ielsi sono state avvelenate, intossicazione acuta, con la ricina. L’ultima parola la scriverà la dottoressa De Luca, medico legale che ha eseguito l’autopsia e accertamenti irripetibili sugli organi prelevati alle vittime. Mercoledì ha convocato le parti all’Istituto di medicina legale di Bari per procedere ai riscontri.
La conferma arrivata da Pavia, dice Facciolla, «ha aumentato la preoccupazione. Non stiamo parlando di un veleno qualunque, ma di una sostanza che sanno maneggiare in pochissimi. Gianni e Alice vogliono capire che cosa è successo. Ragionano come fanno i sopravvissuti». Lui, marito e padre delle vittime, è negativo. «Ma questo non dice nulla, mi perdoni. Parliamo di analisi condotte su Di Vita il 28 dicembre allo Spallanzani di Roma e l’emivita della molecola (il tempo necessario a che la concentrazione o la quantità attiva in un organismo si dimezzi, ndr) si riduce nel tempo. Parliamo di accertamenti effettuati a marzo su un campione del 28 dicembre di cui, lo dice la perizia del Maugeri non io, non è dato sapere nemmeno come è stato conservato».
Lo ripete, quindi, Facciolla: «Un omicidio da Mossad. E mentre in un primo momento nel mirino c’era Gianni, adesso con l’acquisizione del cellulare l’attenzione si è spostata su Alice. Una diciottenne… Loro non hanno nulla da temere, da nulla».
Martedì parteciperà agli accertamenti tecnici irripetibili sui dati presenti nel telefonino della ragazza – disposti dalla procuratrice di Larino Antonelli nell’ambito del procedimento a carico di cinque medici per omicidio colposo (per gli accessi alla guardia medica e poi al Pronto soccorso di Campobasso seguiti dalle dimissioni fino al tragico epilogo del 27 e del 28 dicembre) – anche come legale di Alice, oltre che di Gianni Di Vita. Il padre di Antonella Di Ielsi, anche lui parte offesa come suo genero, sua nipote e suo figlio Luigi, è ora assistito legalmente da Gina Capuano, che professionalmente collabora con Facciolla.
L’indagine a carico dei sanitari è quasi “scomparsa”, mediaticamente almeno (e pare che i legali degli stessi si apprestino a depositare un’istanza per chiedere l’archiviazione), da quando la Procura procede contro ignoti – la posizione di nessuno dei protagonisti di questa tragedia è ancora cambiata – per omicidio premeditato. Così come nelle ultime ore si è fatta strada l’ipotesi che il contatto con il veleno possa essere stato ripetuto. E allora è sicuro che il pasto incriminato (se di cibo si è trattato) sia stato quello della cena del 23 dicembre?
«L’atteggiamento dei miei assistiti è di fiducia negli inquirenti, di collaborazione rispetto all’attività degli inquirenti che mira ad arrivare alla verità. E speriamo che accada rapidamente», Facciolla qui è netto.
Ma non sarà semplice. Intanto, la ricina è stata sintetizzata? O somministrata in altre forme? E se non è stata sintetizzata in Molise, dove è stata acquistata? Online? E come è arrivata in casa Di Vita? Poi, il dosaggio. E, soprattutto, il movente. Il movente per un delitto da Mossad in un paesino del pacifico Molise.
Per arrivare alla verità, la Squadra Mobile di Campobasso guidata da Marco Graziano – coordinata dalla procuratrice Antonelli – sta scandagliando la vita delle vittime e della famiglia “sopravvissuta”. Decine di testimoni, di persone informate sui fatti, sono state ascoltate. Inevitabile la ridda di voci, indiscrezioni, allusioni. I poliziotti non possono tralasciare nulla e così sono arrivati all’Agrario di Riccia, ad esempio, e a chi lì lavora. In una terra che è un fazzoletto, pezzi di esistenze private balzano all’improvviso sui quotidiani nazionali e rimbalzano, agitate come le foglie della pianta del ricino davanti alla Questura del capoluogo, nelle trasmissioni Rai e Mediaset del pomeriggio. O a “Chi l’ha visto?”. Un vortice che sta travolgendo i clienti di Facciolla. «La vita di Gianni, ma anche di Alice, rivoltata come un calzino certo. Cosa posso dirle più di quanto già le ho detto? Loro vogliono sapere cosa è successo».
ppm

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