Lontani i tempi in cui, per la prima visita all’ospedale regionale di Tappino, Angelo Giustini arrivò accompagnato dai vertici della direzione Salute e dell’Asrem.
Un paio d’anni fa, sembrano anni luce. E non è solo colpa del Covid.
Adesso il commissario della sanità del Molise raggiunge il Cardarelli da solo. «Il sopralluogo è un atto dovuto come commissario. E poi mi volevo rendere conto personalmente di quello che si legge sui giornali e si ascolta in tv».
Si riferisce al focolaio, sempre più ampio, individuato fra la chirurgia e la medicina. Una quarantina, se non di più, i contagiati. Anche se i numeri non sono ufficiali, nel bollettino diramato dall’azienda sanitaria alla stampa, di questo come di altri cluster, non c’è una indicazione puntuale: i positivi sono catalogati solo per centro di residenza.
Mentre aspetta di chiarire coi Ministeri cosa fare sull’affaire dei privati convenzionati che non hanno firmato i contratti e hanno anzi impugnato il taglio al budget, il commissario in carica resta lui. Ha minacciato le dimissioni e si dice sempre pronto a fare un passo indietro, non le ha formalizzate su carta. Ma al prossimo tavolo tecnico, al più tardi, la vicenda tornerà all’ordine del giorno.
Intanto, rientrato da Roma, il generale va a rendersi conto di persona. Una sorta di blitz, di cui pare via Petrella e la direzione dell’ospedale non fossero al corrente. Per dire dei rapporti e della distanza fra il commissario e l’unica Asl della regione.
«Senza puntare il dito contro nessuno, sono ammirevoli tutti gli sforzi da qualsiasi parte essi provengano, la commistione c’è», risponde Giustini alla domanda su che situazione ha trovato. «Ho visto insieme al professor Cecere (il primario di Chirurgia che lo ha accompagnato, ndr) dove sono i crocevia, dove ci sarebbe potenzialmente, ma realmente lo è oggettivamente, la commistione tra terapia intensiva e reparto di malattie infettive, le sale operatorie sono separate da un pertugio». C’è  «un compensato dove sopra c’è un volano d’aria, per cui dove sta la separazione tra sale operatorie dedicate al Covid e quelle non Covid?».
Con la gestualità che lo contraddistingue Giustini cerca di far visualizzare agli interlocutori – i cronisti che lo aspettano all’uscita, visto che la sua visita non è passata inosservata – il «pertugio». Percorsi e separazione fra reparti che quindi a suo parere non garantiscono dal rischio di infezione: «Eh no, potenzialmente no». Dell’esito del sopralluogo informerà Roma con una relazione: «Su quello che ho visto questa mattina sì».
Intanto, aggiunge, Roma ha validato «l’hospital Covid del Cardarelli, per cui su centro a Larino purtroppo c’è un no. Ma visti i tempi per realizzare il Cardarelli Covid – ripropone Giustini – c’è sempre Larino dove io dico, oggi e per sempre, si può sempre organizzare un centro di malattie infettive». Non solo area medica, ribadisce, anche le terapie intensive: «Lì ci sono cinque posti già. Si tratta solo di riorganizzare, gli altri nove vedremo poi. A pochi chilometri c’è un ospedale spoke che è quello di Termoli e poi 150 posti letto tutti con le bocchette d’ossigeno predisposte, c’è una radiologia in cui mettere una Tac, un laboratorio analisi da riorganizzare, il personale si trova. Però tutto va discusso tavolino, guardandosi negli occhi». È un a decisione che va presa collegialmente, «non da solo. Non voglio ripetere da solo l’azione di giugno».
rita iacobucci

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