Quasi un ossimoro nel panorama culturale della nostra regione, la professoressa Laura D’Angelo, molisana con incursioni abruzzesi, è autrice apprezzata, oltre che colonna dell’istituto omnicomprensivo di Montenero di Bisaccia. Nel suo carniere diverse pubblicazioni, riconoscimenti collegati alle pubblicazioni e la voglia sempre di mettersi in discussione, come avvenuto per il libro “Poesia dell’assenza”, edito da “Il Convivio”, che verrà presentato sabato prossimo, ufficialmente, proprio a Montenero, dove lei è anche reduce da una mostra che è piaciuta molto. L’abbiamo incontrata per mettere a fuoco il suo impegno. Un vernissage nell’incontro con l’autore, a partire dalle ore 18, presso la sala consiliare di Piazza della Libertà. L’opera vanta la prefazione a cura di Giuseppe Manitta. Dopo i saluti istituzionali della sindaca Simona Contucci e della presidente del Consiglio comunale Cabiria Calgione, saranno coinvolti Anna Maione e Silvio Di Fabio nel dialogo con l’autrice, per un viaggio poetico tra il lirismo e la pura semplicità che costituiscono il tratto caratteristico dell’opera della D’Angelo. Laura D’Angelo è autrice, scrittrice e poetessa. Dopo la Laurea con lode in Filologia classica e un Dottorato di ricerca in Studi umanistici, pubblica articoli accademici su riviste scientifiche e saggi in volumi collettanei, approfondendo lo studio della letteratura e della poesia contemporanea. Giurata in diversi Premi nazionali di poesia e narrativa, partecipa a convegni internazionali e svolge attività di critica letteraria, con presentazioni di libri e interviste. Docente di materie letterarie, ha scritto per diverse testate giornalistiche ed è autrice di riviste culturali e letterarie online.
Che cos’è per te la poesia?
«Che cos’è la poesia. Una domanda difficile. Il poeta è alla ricerca continua di una densità semantica che va oltre la trama testuale del significante, di un io che si relaziona con se stesso e con l’alterità e dunque dialoga con la storia e con quello che è il tentativo della restituzione della percezione. E per fare questo fa appello alla sua interiorità, a ciò che è bellezza e tormento, alla tradizione, al valore etico o civile, ad un qualcosa che autorizza la dimensione della purezza e della profondità».
Quale rapporto c’è tra la poesia e il mondo?
«Credo che la poesia dunque nasca dalla contraddizione di un insanabile conflitto: quello tra l’io e il mondo, tra l’immediatezza della sensazione e l’impossibilità espressiva della propria esperienza percettiva, ma la poesia è anche il tentativo di dire l’indicibile, serve al cuore e all’anima, anche se la sua essenza dura un attimo, si sbriciola tra le mani. Ecco: la poesia è la voce lirica del dolore e dell’amore, è la compensazione alla sottrazione della vita e del tempo, è una risposta al vuoto esistenziale o valoriale. Albert Camus scriveva che «nominare male le cose significa partecipare all’infelicità del mondo». La poesia è aspirazione ad una bellezza e ad un incanto che ci sottrae alla precarietà e al dolore, e nello sgomento del proprio rivelarsi è ancora conferma di tutto quello che ci rende umani».
Perché il tuo ultimo libro si intitola Poesia dell’assenza (Il Convivio, 2023):
«Nel suo bel libro Microcosmi (Garzanti, 1991), Claudio Magris parla della poesia come «testimonianza dell’assenza». L’assenza è una costante della vita umana, nella sua dicotomia di pieno/vuoto, nella sua continua mutevolezza, sospesa tra aspirazione continua e impossibilità di raggiungere ciò che si desidera. Mi piaceva che l’assenza, che ha una tradizione lirica vastissima (penso ai lirici greci come al più recente Borges o Bertolucci) fosse anche nel grafismo (spazi bianchi, enjambments, fonosimbolismi e strutture metriche o retoriche) la materializzazione di una incompletezza e paradossalmente la possibilità ideale della compensazione di una mancanza. Giocando sempre con il duale ossimorico presenza/assenza, vuoto/pieno mi sembrava di scrivere un testo che parlasse di sé, quasi in un linguaggio metaletterario».
In questa silloge poetica dunque l’assenza è predominante, in quanto la mancanza (intesa nelle sue varie declinazioni meta poetiche come: vuoto/silenzio, ricordo /scorrere del tempo, mare-pioggia/mutevolezza della vita, solitudine esistenziale/natura) si realizza in un canto permeato di malinconia e nostalgia, in cui l’amore tuttavia occupa un posto fondamentale.
«Sì, l’amore è centrale, come credo sia fondamentale in ogni forma di relazione umana. Louise Gluck, poetessa premio Nobel scomparsa recentemente, scriveva: «da bambina, pensavo/ che il dolore volesse dire/ che non ero amata./ Voleva dire che amavo». L’esperienza con il dolore è fondamentale nella vita di ogni individuo, come l’amore. Ma è l’amore che dà senso a tutto e, per me che sono testarda e quando credo davvero in qualcosa allora è per sempre, è ciò autorizza la dimensione poetica spingendo ad un bisogno di espressione che si eternizza sfuggendo alla precarietà della vita e della finitudine umana. È inoltre elemento unico che perpetua l’orizzonte della memoria e dell’affetto».
La prefazione al tuo libro è stata firmata dal critico letterario e poeta Giuseppe Manitta, il quale definisce Poesia dell’assenza un’«opera interrogativa, in quanto sonda la particolare vuotezza e criticità esistenziale che, oggi, non è relativa solo al singolo, ma coinvolge un intero percorso sociale e, finanche, storico.
«Sì Manitta è sempre molto acuto e da vero critico letterario ha compreso il bisogno di senso e di significato sotteso alla mia poesia, a livello esistenziale come in chiave socio-culturale. Mito e acqua hanno in questo senso un posto fondamentale nel libro, nell’enfatizzare la mutevolezza della vita e la fragilità esistenziale della nostra attualità: se il mito è infatti l’elemento primigenio della narrazione, assunto come riferimento di una stabilità e di un’armonia scevra dalla complessità della contemporaneità, l’acqua delle maree, del mare e della pioggia, nel continuo movimento, amplifica la dimensione della finitudine e dell’instabilità della vita umana colta nel suo scorrere continuo quale irrealizzabilità dell’io all’interno di un confine netto, saldo, negazione del divenire e del mutare di tutte le cose. Nel testo mi riferisco alle sculture dell’artista polacco Igor Mitoraj: qui il mito classico perde la sua statuaria sicurezza per esprimere il dramma della modernità, all’insegna di una nuova fragilità esistenziale. È il mare, come l’amore, «un’eco dell’infinito e una sfida al tempo» (Magris)».
Ma Manitta parla anche di «forza», dell’amore come «energia ancestrale». Franco Manzoni, recensendo il tuo libro su la Lettura de «Il Corriere della sera» ha evidenziato il concetto di forza. Cito: «con dolcezza e tormento, Laura D’Angelo inganna l’umana fragilità con la forza primordiale dell’eros.
«Stimo tantissimo Franco Manzoni come critico letterario, come poeta e saggista e la sua lettura di alto livello non può non farmi sentire onorata dell’interesse mostrato per il mio libro. Lo ringrazio davvero. Sì, per me la forza è fondamentale. La forza è passione, è essere se stessi, è amore. In poesia ancora di più, soprattutto in un periodo in cui il pensiero è ormai relegato al post che tende a una semplificazione e a una immediatezza che annullano la complessità, al tweet instagrammabile che teme quasi la profondità. C’è la convinzione (falsa) che tutti possano intraprendere l’attività della scrittura. Senza studio profondo ed esercizio continuo invece ogni forma di arte o di professione non ha valore, vale lo stesso per la scrittura».
Alessandro Moscè ha definito la tua poesia «onesta (dai risvolti sabiani), costellata di impressioni che vengono da lontano (tra gli dei, i miti antichi, Omero, Achille, Odisseo, Dante) come bisbigliate in un visionario cenacolo a due, in un attimo che si delinea nel sogno…».
«Che dire… wow. Alessandro Moscè un autore e un esperto di letteratura davvero unico, e credo che abbia saputo leggermi davvero. La tradizione lirica è per me davvero molto importante e sono contenta che molti brani del mio libro, soprattutto quelli legati al mito, sono online come podcast nello spazio “La voce del poeta” (canali spreaker, youtube e spotify), a cura del bravissimo Lorenzo Pieri, che ringrazio. L’operazione culturale della sezione intitolata “Miti” è infatti quella che fa del mito presenza nostalgica e della poesia conforto e sublimazione, ma l’intento non è solo celebrativo di una tradizione che ci forma nella sua eredità culturale prettamente occidentale: il senso è esprimere non «la cresta spumeggiante delle antiche storie che si avventano su chi le ascolta, ma il suono cupo della risacca che porta con sé i sassi smossi dall’onda» (Guidorizzi.
È ancora l’amore, l’unico sentimento capace di annullare il vuoto e il dolore. Ogni ritorno è un ritorno per amore».
Emanuele Bracone

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