Il giallo di Pietracatella continua a muoversi tra nuovi interrogatori, verifiche investigative e un clima di pressione crescente attorno ai familiari delle vittime. A oltre quattro mesi dalla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara, 15, decedute tra il 27 e il 28 dicembre all’ospedale Cardarelli di Campobasso dopo essere state avvelenate con la ricina, gli investigatori continuano a lavorare su più fronti senza escludere alcuna pista.
Nelle ultime ore è arrivata anche la conferma ufficiale di un’indiscrezione anticipata da Primo Piano Molise nell’edizione di ieri: Gianni Di Vita e la figlia Alice non vivono più da alcuni giorni nell’abitazione della cugina Laura Di Vita, a Pietracatella. Lo conferma il legale dei due, l’avvocato Vittorino Facciolla, che ha spiegato come la decisione sia maturata esclusivamente per ragioni di opportunità e di tutela personale.
«Sono assediati dai cronisti – ha affermato Facciolla – impossibile per loro vivere a Pietracatella». Una situazione diventata evidentemente ingestibile per i due familiari delle vittime, finiti al centro di una pressione mediatica enorme in una comunità già profondamente segnata dalla tragedia.
Sul fronte investigativo, intanto, fonti accreditate smentiscono che gli inquirenti abbiano già individuato un movente preciso, nonostante nelle ultime ore siano circolate indiscrezioni in tal senso. Al contrario, secondo quanto trapela, «ci sono diverse piste ancora aperte» e gli investigatori starebbero continuando a muoversi contemporaneamente lungo più direttrici investigative.
Le attenzioni della Procura e della Squadra Mobile si concentrerebbero comunque su quattro persone appartenenti allo stesso ambito familiare. Diversi anche i possibili moventi sui quali si starebbe lavorando, in un quadro che resta estremamente complesso e ancora lontano da una definizione chiara.
Ieri, intanto, nuovi interrogatori in Questura a Campobasso. Gli uomini della Squadra Mobile guidata da Marco Graziano hanno ascoltato alcuni zii della famiglia Di Vita nell’ambito di una serie di audizioni che proseguono ormai senza sosta da settimane.
Ma c’è un altro elemento che conferma quanto gli investigatori stiano cercando di approfondire ogni dettaglio della vicenda. Ieri, in tarda mattinata, è stata infatti ascoltata anche l’anziana madre di Gianni Di Vita.
La donna, che viveva al primo piano dell’abitazione di via Risorgimento – la stessa casa ora sotto sequestro dove abitavano Gianni, Antonella, Sara e Alice – sarebbe stata dimessa da qualche giorno da una struttura riabilitativa e attualmente si troverebbe ospitata in una residenza per anziani di Pietracatella.
Proprio lì si sono recati personalmente la procuratrice della Repubblica di Larino Elvira Antonelli, il capo della Squadra Mobile Marco Graziano e una psicologa, che avrebbe avuto il compito di facilitare il dialogo tra l’anziana donna e gli investigatori.
Un’audizione particolarmente delicata, condotta lontano dagli uffici della Questura proprio per la delicatezza del caso e per la necessità di raccogliere eventuali elementi utili con la massima cautela. Tre le altre cose, gli inquirenti avrebbero chiesto informazioni circa una torta, che una zia della famiglia avrebbe portato nella casa di Pietracatella nelle ore precedenti al Natale.
E non sarebbe finita qui. Così come già accaduto nei giorni scorsi per Gianni Di Vita – ascoltato più volte dagli investigatori – nei prossimi giorni verrà nuovamente sentita anche Laura Di Vita. Sarebbe la quarta audizione (se non la quinta) per la cugina di Gianni, un elemento che conferma come gli investigatori stiano cercando di ricostruire con estrema precisione relazioni, movimenti e dinamiche familiari precedenti alla tragedia.
Parallelamente continuano gli approfondimenti tecnici. Dopo il sopralluogo eseguito nei giorni scorsi dalla Polizia Scientifica nell’abitazione di via Risorgimento e il sequestro di nove dispositivi elettronici tra cellulari, computer, router e tablet, la prossima settimana gli specialisti della Scientifica dovrebbero tornare nuovamente a Pietracatella.
Questa volta l’obiettivo sarebbe quello di effettuare verifiche ancora più approfondite alla ricerca di eventuali tracce di ricina o di qualsiasi altro elemento utile alle indagini. Un’attività delicatissima che potrebbe rappresentare un ulteriore tassello nel tentativo di chiarire chi abbia somministrato il veleno e soprattutto perché.
Gli esiti degli esami autoptici, attesi entro la fine del mese, insieme ai dati che emergeranno dall’analisi forense dei dispositivi sequestrati, restano intanto gli snodi centrali di un’inchiesta che continua a procedere nel massimo riserbo, mentre il piccolo centro molisano vive sospeso tra dolore, paura e attesa della verità.
ppm
























