Poche audizioni nelle ultime ore, ma nessun rallentamento investigativo. Anzi. Dietro il momentaneo calo delle convocazioni in Questura si nasconde probabilmente una delle fasi più delicate dell’inchiesta sul duplice avvelenamento da ricina costato la vita ad Antonella Di Ielsi e alla figlia 15enne Sara Di Vita tra il 27 e il 28 dicembre scorsi: quella dei riscontri incrociati, delle verifiche comparative e della preparazione dei prossimi interrogatori.
Gli uomini della Squadra Mobile di Campobasso, diretti da Marco Graziano e coordinati dalla procuratrice della Repubblica di Larino Elvira Antonelli, stanno lavorando senza sosta sull’enorme mole di materiale raccolto in oltre quattro mesi di indagini. Più di 100 testimonianze, decine di audizioni, confronti, verifiche tecniche, dispositivi elettronici acquisiti e analizzati. Un lavoro certosino che punta a trasformare gli indizi in elementi solidi, evitando qualsiasi passo falso investigativo o processuale.
Ecco perché a partire da lunedì torneranno negli uffici della Questura alcuni dei volti ormai più frequentemente ascoltati dagli investigatori. Tra loro ancora una volta Gianni Di Vita – marito e padre delle vittime – la cugina Laura Di Vita e la madre di quest’ultima. Ma saranno riascoltati anche altri parenti, familiari e conoscenti di Antonella e Sara – fra cui l’infermiere amico dei Di Vita che il 26 dicembre somministrò alle due donne delle flebo –, segno evidente che il baricentro investigativo continua a gravitare attorno all’ambito familiare ristretto.
L’impressione, sempre più forte, è che gli investigatori stiano cercando di sciogliere definitivamente alcuni nodi emersi nel raffronto tra le dichiarazioni raccolte. Contraddizioni, discrepanze temporali, dettagli che non coinciderebbero perfettamente e che la Mobile sta verificando con uno scrupolo quasi ossessivo. Nessuna accelerazione improvvisa, nessuna fuga in avanti. Prima di qualsiasi eventuale iscrizione nel registro degli indagati, Procura e Polizia vogliono arrivare a un quadro probatorio il più possibile inattaccabile.
I sospetti, secondo quanto trapela ormai da giorni, sembrano concentrarsi su un numero estremamente limitato di persone: non più di un paio, probabilmente di sesso femminile, appartenenti al nucleo familiare delle vittime. Ma ufficialmente l’inchiesta resta ancora contro ignoti e nessun nome viene confermato dagli inquirenti.
Parallelamente proseguono gli approfondimenti sul fronte digitale, considerato ormai centrale nell’economia dell’indagine. Smartphone, tablet, computer e dispositivi sequestrati nella palazzina di via Risorgimento vengono passati al setaccio dagli specialisti della Polizia, con il supporto dello Sco, il Servizio Centrale Operativo. Sotto la lente ci sono cronologie web, chat, forum online, eventuali ricerche sulla ricina e possibili acquisti della sostanza o dei semi di ricino. Anche il cellulare di Alice Di Vita, la figlia maggiore sopravvissuta alla tragedia, continua a essere oggetto di approfondimenti dopo la copia forense eseguita nei giorni scorsi.
Esclusa ormai anche dagli specialisti del Centro Antiveleni di Pavia l’ipotesi di una ingestione accidentale dei semi di ricino, resta aperta la domanda più inquietante: chi ha somministrato il veleno a madre e figlia, dove è stato reperito e in che modo è arrivato fino alla loro abitazione? Gli investigatori stanno cercando di ricostruire non solo la dinamica dell’avvelenamento, ma anche il possibile movente e soprattutto la pianificazione di un delitto che appare sempre più lucido e studiato nei dettagli.
Particolare attenzione sta suscitando intanto l’audizione di don Stefano Fracassi, parroco di Pietracatella e celebrante del funerale di Antonella e Sara. Il sacerdote è stato ascoltato dalla Squadra Mobile per circa tre ore. Secondo quanto emerso da fonti vicine all’indagine e da ricostruzioni giornalistiche, Antonella si sarebbe confidata proprio con lui il 25 dicembre, quando Sara aveva iniziato a manifestare i primi sintomi del malessere poi rivelatosi fatale. Gli investigatori sperano che da quei colloqui possano emergere elementi utili a comprendere eventuali tensioni, rapporti familiari o stati d’animo delle vittime nei giorni immediatamente precedenti alla tragedia.
Nel massimo riserbo che continua a caratterizzare l’inchiesta, un altro aspetto della vicenda sta suscitando sempre maggiore curiosità: la presenza costante dei cronisti nazionali tra Campobasso e Pietracatella. Da settimane telecamere e inviati fanno la spola tra la Questura del capoluogo e il piccolo centro fortorino nel tentativo di cogliere indiscrezioni, dettagli o svolte investigative.
Volti ormai diventati familiari anche ai molisani: da Antonia Varini di Raiuno a Gian Vito Cafaro del Tg1, passando per Alessandro Fulloni del Corriere della Sera, Valerio Scarponi de La Vita in Diretta, Vincenzo Rubano di Dentro la Notizia, fino agli inviati delle trasmissioni di Federica Sciarelli, Gianluigi Nuzzi, Salvo Sottile e Milo Infante. Giorni interi trascorsi davanti alla Questura, ore di attesa sotto la pioggia, al freddo o al sole (il meteo del periodo è estremamente variabile), inseguendo un caso che, per gravità e modalità, ha ormai superato da tempo i confini regionali.
Un’attenzione mediatica inconsueta per un Molise poco abituato a finire stabilmente sotto i riflettori dei grandi notiziari nazionali. E che oggi osserva, sospeso tra dolore e incredulità, un’inchiesta destinata probabilmente a entrare tra le pagine più oscure della sua cronaca recente. l.c.






















