Egregio direttore,

Il recente furto all’associazione per persone Down non trova aggettivi sufficientemente forti per qualificarlo, ma apre gli occhi su una forma di patologia che sta dilagando nel mondo: il perbenismo.

Si sta sfilando, non solo in America, per manifestare il dissenso verso la terribile morte dell’afroamericano Floyd a seguito di un’azione sconsiderata da parte di un agente di polizia. Si deruba senza ritegno un centro per persone svantaggiate e nessuno si indigna, con l’avallo di striminziti trafiletti giornalistici.

Le persone Down di Campobasso sono nostri concittadini, l’America dista migliaia di chilometri dall’Italia. Potrà sembrare un discorso semplicistico, ma rimane un dato di fatto: abbiamo taciuto sullo scempio nostrano, consacrandolo con la nostra indifferenza e dando il “la” a possibili nuovi scempi, e siamo scesi in piazza per una storia che è relativa ad un Paese lontano.

Lei mi potrà dire: il problema razzismo ci riguarda tutti. Certo, le rispondo, ma se ci indigniamo per questa ingiustizia, perché non lo facciamo per quella che ha riguardato la nostra città?

Io credo che una negligenza del genere derivi dalla moda del pensar bene quando i problemi sono altrove e dalla pavidità nel rimboccarsi le maniche quando questi sono in casa nostra. La tendenza riguarda tanti altri temi sociali la cui complessità  è talmente forte da impedirmi di parlarne in questa sede.

Ecco perché le cose vanno male nelle nostre città: omertà sulle storture nostrane e urla per situazioni non proprio dietro l’angolo che, tra l’altro, si conosce molto poco, ma l’importante è seguire la scia e confondersi nella mischia.

Sono rimasta scioccata dalle persecuzioni che un gruppo di giovani pugliesi ha perpetrato per anni a un anziano con problemi psichici: i vicini di casa, intervistati dopo il decesso del perseguitato, mostravano semplicemente l’imbarazzo di chi sapeva ma non ha denunciato. Quante persone sole vivono nei nostri condomini! Eppure ci voltiamo dall’altra parte. Però sfiliamo per i massimi sistemi. Questo lo voglio dire a tutti, ma in particolare ai giovani che anche nel capoluogo molisano hanno cavalcato la scia dell’indignazione per quanto accaduto in America. Se poi gli chiedi come è strutturato lo Stato americano, che cos’è la Bible Belt e qual è l’impatto che ciò che ci ha raccontato un film come “Via col Vento” ha avuto sulla costruzione di certi fondamenti politici a stelle e strisce, hai scena muta come risposta.

In un mondo in cui c’è un livellamento di pensiero preoccupante, un appiattimento culturale in ascesa, una contaminazione della verità con idee relativiste, si arriva a celebrare la liturgia del “not in my backyard” (non nel mio cortile) che svilisce tutto e avalla le disparità sociali. Anche il razzismo. Che non si può pensare di gestire attraverso gli umori di piazza.

Sono sicura che una missiva di questo tipo, che si discosta dal pensiero omologato, non avrà spazio, ma la ringrazio se le avrà dedicato qualche minuto di lettura.

Cordiali saluti

Marianna Pontelli

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