Le audizioni continuano senza sosta negli uffici della Squadra Mobile di Campobasso, ma anche ieri non sono stati ascoltati i parenti più “stretti” di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, le due vittime del duplice avvelenamento da ricina che da oltre quattro mesi tiene il Molise con il fiato sospeso. Un dato che, però, non sembra affatto indicare un allentamento dell’attenzione investigativa nei confronti del nucleo familiare attorno al quale gli inquirenti continuano a concentrare gran parte degli approfondimenti. Anzi. Secondo quanto trapela, nelle prossime ore – ma non prima di lunedì – torneranno nuovamente in Questura diversi appartenenti alle famiglie Di Vita e Di Ielsi già ascoltati nei giorni e nelle settimane scorse. Tra loro ci sarebbero ancora una volta Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, Laura Di Vita, cugina di Gianni, e la madre della donna. Convocazioni che confermano come il lavoro della Squadra Mobile diretta da Marco Graziano continui a svilupparsi soprattutto attraverso una incessante comparazione delle dichiarazioni raccolte nel corso degli interrogatori.
Procura di Larino e Polizia mantengono il massimo riserbo. Nessuna indiscrezione ufficiale filtra sul contenuto delle testimonianze o sugli elementi concretamente emersi dalle attività investigative. Ma appare ormai evidente che la necessità di ascoltare più volte gli stessi soggetti derivi dall’esigenza di chiarire incongruenze, discrepanze temporali e contraddizioni emerse nel raffronto tra i vari racconti acquisiti dagli investigatori. Un lavoro minuzioso, quasi ossessivo, che punta a verificare ogni dettaglio prima di compiere eventuali passi ulteriori.
Nel frattempo si rafforza anche il filone tecnico dell’inchiesta. Nelle ultime ore si è appreso infatti che a supportare la Squadra Mobile di Campobasso ci sarebbe anche lo Sco della Polizia, il Servizio Centrale Operativo specializzato nelle indagini più complesse e delicate a livello nazionale. Gli uomini dello Sco starebbero affiancando gli specialisti informatici molisani nell’analisi dei dispositivi elettronici sequestrati durante i sopralluoghi nella palazzina di via Risorgimento e del cellulare di Alice Di Vita, sottoposto nei giorni scorsi a copia forense. Smartphone, computer, router e tablet vengono passati al setaccio alla ricerca di chat, cronologie web, eventuali ricerche sulla ricina e possibili elementi utili a ricostruire la pianificazione dell’avvelenamento.
Lo Sco, del resto, non è nuovo al supporto in inchieste particolarmente delicate anche in Molise. Tra i casi più noti, quello relativo al duplice omicidio di Ferrazzano commesso da Angelo Izzo, il cosiddetto “mostro del Circeo”, vicenda nella quale il Servizio Centrale Operativo partecipò alle attività investigative insieme agli uffici territoriali.
Massima attenzione continua a essere rivolta anche alle ricerche sul web relative ai veleni e alle conversazioni online che parlano esplicitamente di ricina. Gli investigatori stanno verificando forum, community e chat nelle quali nei mesi passati sarebbero comparsi riferimenti inquietanti a sostanze tossiche, modalità di somministrazione e «veleni ad azione rapida». Un filone già emerso nei giorni scorsi e che viene considerato tutt’altro che marginale nell’economia dell’inchiesta.
Curioso e significativo anche il contenuto di un recente servizio realizzato da “La Vita in Diretta”, la trasmissione di Raiuno che nelle ultime settimane sta seguendo da vicino il giallo di Pietracatella. L’inviato ha raccolto, subito dopo le rispettive audizioni, le dichiarazioni della madre di Laura Di Vita e di Salvatore e Luigi Di Ielsi, padre e fratello di Antonella.
Posizioni apparse molto diverse. Da una parte la madre di Laura si è detta convinta che si possa essere trattato di un tragico incidente, ipotizzando cioè che Antonella e Sara possano aver assunto accidentalmente la ricina. Dall’altra Salvatore e Luigi Di Ielsi hanno escluso categoricamente questa eventualità, mostrando invece la convinzione che dietro la morte delle loro congiunte vi sia la mano di un assassino.
E mentre Pietracatella continua a vivere sospesa tra dolore, paura e attesa della verità, resta sempre più forte l’impressione che il cerchio investigativo si stia restringendo attorno a un numero estremamente limitato di persone. I sospettati – secondo quanto trapela – sarebbero ormai non più di due (verosimilmente figure femminili), appartenenti all’ambito familiare. Ma ufficialmente non esistono indagati né accuse formalizzate.
Resta allora la domanda che continua a tormentare un intero paese. Perché? Perché utilizzare un veleno rarissimo e devastante come la ricina contro una madre e una ragazzina di appena 15 anni? Tra dissidi, gelosie, rapporti familiari complessi e ipotesi passionali, gli investigatori stanno cercando di dare un senso a un delitto che appare sempre più freddo, lucido e pianificato. Ma soprattutto inquietante. Perché immaginare che in un piccolo borgo del Molise, all’interno di una famiglia apparentemente normale, possa nascondersi un assassino tanto spietato quanto metodico continua a essere qualcosa di difficile perfino da concepire.
Lu.Co.






















