La misura è colma. La sanità è allo sbando e i molisani non meritano di essere trattati come fossero un problema da risolvere solo perché hanno la necessità di essere curati.
Il presidente Roberti e il manager Asrem Di Santo bene farebbero, attraverso qualsivoglia mezzo di comunicazione, a ribadire in prima persona che stanno lavorando giorno e notte per far sì che il sistema sanitario regionale migliori e che quanto sta accadendo in questi giorni è una sorta di blackout fisiologico che avviene ad ogni cambio di gestione.
Serve una iniezione di fiducia rivolta in particolare agli utenti. È necessario far comprendere loro che il fondo del barile è stato raschiato e ora si può solo fare meglio.
Le cronache si stanno concentrando in queste ore sui numerosi casi di visite ed esami rinviati all’ultimo minuto dopo mesi di attesa.
L’ennesimo pugno nello stomaco, durante l’edizione del Tg3 di sabato: marito e moglie 80enni che lasciano l’ospedale dopo aver percorso chilometri e scoprire che la risonanza magnetica prenotata a marzo scorso non sarà eseguita per una non meglio specificata ragione: «Non c’è il dottore, la macchina non funziona», riferisce l’anziana signora, avvilita e provata.
«Sto male da mesi e non poso fare la risonanza. Sono una donna di 79 anni…» e la voce si strozza. A stento ma con dignità riesce a trattenere le lacrime. Dignità ed educazione che le consentono di non sottrarsi alla telecamera e di riprendere la via di casa senza mettere a soqquadro il Cardarelli.
Ma voi ci siete o ci fate? Davvero pensate che chi da anni paga le tasse più alte d’Italia per un servizio che definire pessimo è eufemistico possa continuare a subire soffrendo senza ribellarsi?
Questo è il trattamento che meritano i molisani? No, non lo meritano affatto.
Il presidente Roberti, che tra le righe ha più volte ribadito la necessità e la volontà di cambiare le cose, ha il dovere di intervenire, anche in maniera energica, se necessario. Vada nei reparti, ribalti le scrivanie e se, come sembra di capire, il problema riguarda la carenza di medici e le attrezzature non funzionanti, si incateni davanti al ministero della Salute perché quanto sta accadendo non è più tollerabile. Non si possono attendere sette mesi per una prestazione, percorrere la strada dal paese all’ospedale capoluogo e scoprire nel giorno e nell’ora stabiliti che l’esame non sarà eseguito. Nemmeno la sensibilità di alzare il telefono e avvisare. Ma che razza di modo di fare è questo?
Episodi del genere, che si stanno ripetendo con una frequenza insostenibile, mettono a rischio la credibilità dell’intero sistema sanitario, che, pur nelle note difficoltà, riesce ad esprimere eccellenze di livello.
Perdere fiducia nell’ospedale, vuol dire rinunciare a curarsi. Perdere la fiducia innesca sentimenti di delusione, che inevitabilmente suscitano rabbia e rancore e portano a giudicare negativamente anche le cose buone che per fortuna la sanità pubblica molisana ancora esprime.
Il tempo è scaduto già da un pezzo. Un operatore sanitario, seppure avesse dalla sua tutte le ragioni del mondo, non può mandare a casa una 79enne che aspetta da otto mesi una risonanza magnetica e suggerire alla stessa di eseguire l’esame a pagamento altrove perché in ospedale non ha speranza.
I limiti della decenza e del buon senso sono stati abbondantemente superati.
Perseverare – ma è da escludere che oggi stesso presidente e manager Asrem non assumano provvedimenti esemplari – può significare solo incapacità o connivenza. Ipotesi da escludere, categoricamente. lu.co.

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