È nella milza il punto cruciale che lega il consumo eccessivo di sale allo sviluppo dell’ipertensione arteriosa. Un meccanismo complesso, a cavallo tra sistema nervoso e sistema immunitario, al centro di una ricerca condotta dal dipartimento di Angiocardioneurologia e Medicina Traslazionale del Neuromed.
Lo studio apre alla possibilità di sviluppare farmaci innovativi contro uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale.
La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Cardiovascular Research, si basa su precedenti lavori pubblicati dallo stesso dipartimento nei quali veniva dimostrato il ruolo dei linfociti T presenti nella milza. Queste cellule, una volta attivate, si liberano nel sangue e migrano verso gli organi che tipicamente vengono colpiti dall’ipertensione (“organi bersaglio”). In questo modo contribuiscono sia a creare la condizione ipertensiva, sia a causare i relativi danni. Il processo di attivazione dei linfociti T, è stato dimostrato, si svolge sotto il controllo del sistema nervoso simpatico, che costituisce parte del sistema nervoso autonomo.
L’ultimo studio dei ricercatori Neuromed aggiunge ora un tassello importante: il meccanismo attraverso il quale gli impulsi nervosi del sistema simpatico inducono l’attivazione dei linfociti T, meccanismo che risulta attivarsi particolarmente proprio in seguito a un eccesso di sodio nella dieta.
La ricerca, condotta su modelli animali, ha stabilito che il “ponte” tra sistema nervoso e linfociti è costituito dal fattore di crescita placentare (PIGF), appartenente al gruppo dei fattori implicati nello sviluppo dei vasi sanguigni (VEGF). Conosciuta per la sua importanza nella formazione della placenta, questa proteina ha un ruolo anche al di fuori della gravidanza, ed infatti è presente in diversi organi del corpo.
«Abbiamo visto – dice Marialuisa Perrotta, primo nome del lavoro scientifico – che il PIGF presente nella milza è cruciale nel collegare gli impulsi nervosi del sistema simpatico con l’attivazione dei linfociti T. Questo avviene proprio nei modelli animali di ipertensione dipendente dall’eccesso di sale. E sappiamo che l’eccesso di sale è determinante nel 50% dei pazienti ipertesi».
«Con questi nuovi dati – commenta Daniela Carnevale, dipartimento di Medicina Molecolare della Sapienza e dipartimento di Angiocardioneurologia Neuromed – possiamo ora vedere una nuova possibilità terapeutica. Sono infatti già allo studio degli anticorpi anti-PIGF per patologie diverse dall’ipertensione, ad esempio la degenerazione maculare o alcune forme di cancro. Questi anticorpi potrebbero essere usati anche per bloccare l’attivazione del PIGF nella milza, impedendo in questo modo la comunicazione tra sistema simpatico e linfociti. Sarebbe una strada completamente nuova per una condizione, come quella ipertensiva, il cui controllo rappresenta ancora una sfida per la medicina».

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