Chi gli vuole bene non lo ha lasciato solo un attimo. Negli oltre tre anni che separano la sentenza della Corte d’Appello di Napoli dal giorno di quel maledetto incidente avvenuto a Prata Sannita (era il 26 marzo del 2012) Franco Ferruccio ha avuto il conforto di familiari e amici.

Oggi trova la forza di raccontare come sono andate le cose. Vuole rendere giustizia alla moglie, che quel giorno ha perso la vita nel tentativo estremo di salvare la sua.

“Probabilmente aveva capito che volevo ammazzarmi. Ricordo che stavo portando la pistola alla testa. Lei è entrata all’improvviso e si è avventata contro di me. Ha tentato di disarmarmi. È stato allora che è partito accidentalmente un colpo. Non me ne farò mai una ragione, il dolore è forte e me lo porterò con me fino all’ultimo dei miei giorni”.

Ferruccio, che per anni ha lavorato alla Fonderghisa di Pozzilli, fino al giorno del fermo era molto attivo anche nello sport, nel calcio locale in particolare. Attività che oggi, da uomo libero, potrà riprendere “insieme agli amici – racconta al telefono – che hanno sempre creduto nella mia innocenza”.

Il 58enne ha voglia di raccontare come andarono i fatti, “anche perché – dice – a Venafro e a Isernia, dove mia moglie lavorava, mi conoscono tutti. In questi anni, anche ultimamente in occasione della sentenza che ha riconosciuto la tesi che ho sempre sostenuto (quella dell’incidente, ndr) ho letto un po’ di inesattezze”.

Franco adesso sta meglio. Quando accadde il brutto fatto era depresso. “Quando sei malato non ragioni. Quel giorno credevo che la cosa migliore da fare fosse quella di farla finita. Probabilmente la mente non mi suggeriva altro e se non fosse intervenuta mia moglie lo avrei fatto credendo che sarebbe stata una cosa giusta. Non so cosa mi era accaduto, ma quando sei depresso entri in un’altra dimensione…”.

La moglie di Franco si chiamava Carmela Imundi, lavorava all’istituto Manuppella di Isernia. La tragedia lasciò di stucco i colleghi e gli alunni della scuola. “Ho sposato Carmela perché la amavo. E il dolore oggi è ancora più forte perché mi rendo conto che lei ha perso la vita per evitare che io mi facessi del male”.

La donna, lo ricorda il marito, non morì sul colpo. Fu trasportata in ambulanza all’ospedale di Piedimonte Matese. “Volevo salire in ambulanza ma i medici non me lo consentirono. Allora raggiunsi l’ospedale con mia figlia. Poco dopo arrivarono i carabinieri. Quando dalla Rianimazione uscì un medico e ci disse che non c’era più nulla da fare andai spontaneamente verso i carabinieri e gli raccontai cosa era accaduto. Tornammo a casa. La pistola era lì sul pavimento, dove era caduta”. In più circostanze è stato erroneamente invece riferito che l’arma era stata occultata sotto un materasso.

Franco collaborò da subito alle indagini, fornì la sua versione al magistrato che comunque ne dispose la carcerazione. Dopo un mese fu ristretto ai domiciliari dove è rimasto fino alla sentenza dei giudici della Corte d’Appello di Napoli che pochi giorni fa hanno ridotto la pena da 18 a 4 anni.

“In questa sentenza – racconta Ferruccio – ho ritrovato la forza di vivere. Più che nella sentenza, ho riacquisito fiducia ascoltando la requisitoria del procuratore generale. È stato lui che ha chiesto al collegio giudicante di condannarmi per colpa e non per dolo. Quello che ho sempre sostenuto, quello che hanno sempre sostenuto i miei familiari e i miei amici”. E infatti nessuno, nemmeno la suocera di Ferruccio, si è costituito parte civile nel procedimento.

In primo grado, invece, il Tribunale lo aveva condannato per omicidio volontario. “La sentenza arrivò dopo un anno dall’incidente. Ricordare oggi come mi sono sentito allora è complicato. Ero frastornato, prendevo tante medicine. Certamente un incubo che mi sembrava non finisse mai, ma nonostante la depressione ho sempre sperato in cuor mio che prima o poi la verità sarebbe venuta a galla. D’altronde, se non ne fossi stato convinto avrei optato per un rito alternativo, ottenendo certamente uno sconto di pena. Quello che invece nessun giudice potrà mai restituirmi è mia moglie. Il dolore per la sua perdita è infinito e immenso”.

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