La proposta di riforma della medicina generale avanzata dal ministro della Salute Orazio Schillaci ha acceso la protesta dei sindacati medici, che contestano sia i contenuti del provvedimento (in particolare la dipendenza dalla Pa su base volontaria) sia il metodo con cui è stato elaborato. Le organizzazioni denunciano infatti l’assenza di un confronto preventivo con la categoria e chiedono un intervento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni per riaprire il dialogo.
Tra le voci critiche la Fimmg Molise, che esprime «forte preoccupazione» per una riforma ritenuta potenzialmente dannosa per l’assistenza territoriale, soprattutto nelle aree interne e nelle regioni più piccole. Al centro delle contestazioni c’è l’ipotesi di introdurre un doppio canale contrattuale, con la possibilità di un rapporto di dipendenza pubblica per i medici di medicina generale. Secondo il sindacato, una simile soluzione si è già rivelata inefficace in esperienze precedenti, come nel caso del servizio di emergenza 118, dove non ha migliorato l’attrattività della professione e ha anzi aggravato la carenza di personale.
I medici sottolineano inoltre che strumenti per rendere operative le Case di Comunità esistono già, a partire dall’Accordo collettivo nazionale e dalle linee guida della Conferenza delle Regioni. In particolare, evidenziano come la riorganizzazione delle ore già dedicate alla continuità assistenziale potrebbe garantire una copertura più efficiente senza ricorrere a modelli ritenuti “centralizzati” e poco adatti ai territori.
Un altro punto critico riguarda il rischio di una progressiva “ospedalizzazione” della medicina generale.
Le organizzazioni avvertono anche del possibile impatto occupazionale: in Molise, ad esempio, si stima che oltre 150 posti di lavoro potrebbero essere messi a rischio. A ciò si aggiunge il timore di una «desertificazione sanitaria» delle aree periferiche, con un aumento del ricorso ai cosiddetti “medici a gettone” e un conseguente incremento dei costi.
Sulla stessa linea la Federazione dei Medici Territoriali, che definisce la riforma «la strada sbagliata». Per il segretario Ernesto La Vecchia «aumenterà l’effetto fuga dalla medicina di famiglia e contribuirà a distruggere la capillarità degli studi medici soprattutto nei piccoli centri, in quelli montani e più isolati, dove c’è una popolazione più anziana con maggiore incidenza di pazienti con cronicità e fragilità. Per esempio in Molise. L’alternativa alla dipendenza c’è: convenzione unica della medicina generale con tutele e diritti, come già avviene nella specialistica ambulatoriale e specializzazione nel processo formativo dei giovani medici».























