Non è soltanto una battaglia contro un’antenna 5G. Per Roberto Di Pardo la vicenda che sta infiammando Petacciato è diventata il simbolo di una politica che, davanti a una scelta delicata per il territorio, avrebbe preferito tacere anziché assumersi responsabilità precise. E il consigliere regionale affonda senza mezzi termini, parlando apertamente di «antenna della vergogna» e chiamando in causa direttamente il comportamento del Comune. «Nessuno qui è contrario al 5G – chiarisce subito –. Viviamo in un mondo iperconnesso, siamo tutti consumatori di tecnologia e sarebbe ipocrita negarlo. Ma le infrastrutture si pianificano con criterio, lontano dai luoghi sensibili e dal pieno centro abitato. Qui invece si è scelto il posto sbagliato e soprattutto si è scelto il silenzio quando c’era ancora il tempo per intervenire». Il cuore dello scontro, infatti, non riguarda tanto la tecnologia quanto la gestione amministrativa della pratica. Di Pardo ricostruisce una cronologia che considera politicamente devastante. Tutto parte dal 4 aprile 2025, giorno in cui la società interessata deposita l’istanza e trasmette una Pec ufficiale al Comune di Petacciato. Da quel momento decorrono i sessanta giorni previsti dalla normativa per opporsi con un atto motivato. «Il Tar lo ha scritto nero su bianco – sostiene –. Da quel momento il cronometro correva. Entro sessanta giorni bisognava dire sì oppure no. E invece non è arrivato alcun diniego vero». Il 9 aprile arriva una prima nota del Suap intercomunale. Poi una seconda il 9 maggio. Ma, secondo quanto richiamato anche nella sentenza amministrativa, nessuna delle due comunicazioni avrebbe avuto valore di diniego sostanziale. «Erano soltanto prese d’atto burocratiche – afferma Di Pardo –. Il Suap sosteneva di non essere competente, ma questo non interrompeva il procedimento e non fermava il silenzio-assenso». Ed è qui che il consigliere regionale concentra l’attacco più duro. «Il Comune di Petacciato in quei sessanta giorni non produce nulla. Zero atti. Zero opposizioni. Zero provvedimenti. E il silenzio, per legge, diventa automaticamente assenso». Una circostanza che, sempre secondo Di Pardo, è stata poi certificata definitivamente dal Tar il 23 febbraio 2026, quando il tribunale amministrativo ha riconosciuto la formazione del silenzio-assenso e quindi l’autorizzazione tacita dell’impianto. «La domanda che ogni cittadino dovrebbe farsi è semplice: com’è possibile? – incalza –. Una Pec del genere non sparisce. Viene protocollata, letta, smistata. Qualcuno l’ha vista e qualcuno ha deciso di non agire. E oggi il paese paga quel silenzio». Parole pesanti, che si intrecciano anche con la polemica politica delle ultime settimane. Di Pardo contesta apertamente le dichiarazioni del sindaco, che nei giorni scorsi aveva promesso di mettersi «la fascia in testa come un sindacalista di una volta» per guidare la protesta contro l’antenna. «Capisco la volontà di rassicurare i cittadini, capisco anche l’emotività del momento – osserva – ma oggi siamo davanti a una rappresentazione tardiva. Quando c’era da firmare gli atti, da opporsi formalmente, da assumersi responsabilità amministrative, quella battaglia non si è vista. Adesso la fascia non sposta l’antenna di un centimetro». Nel suo intervento, Di Pardo solleva inoltre dubbi sul presunto accordo per un sito alternativo che sarebbe stato discusso prima della sentenza. «Se davvero esisteva una soluzione diversa – domanda – dove sono le Pec, i verbali, i documenti ufficiali? Perché quando si parla di procedure amministrative contano gli atti, non le parole dette al bar o durante una riunione informale». Il consigliere regionale chiede quindi massima trasparenza sulla vicenda e invita l’amministrazione a rendere pubblici tutti i passaggi della pratica. «I cittadini hanno diritto di sapere chi ha protocollato la Pec del 4 aprile 2025, quali atti siano stati prodotti nei sessanta giorni successivi e perché, su una questione così delicata, sia calato un silenzio totale proprio nel momento decisivo». Infine, il sostegno al Comitato Civico per l’Ambiente, impegnato nella raccolta firme davanti alle scuole e nelle iniziative di protesta contro l’impianto. «A quei cittadini va riconosciuto il merito di essersi mobilitati davvero. Stanno facendo una battaglia civile e democratica per il territorio. Ma bisogna essere sinceri fino in fondo: oggi tutto è molto più difficile perché chi doveva intervenire prima non lo ha fatto». E chiude con una frase destinata ad alimentare ulteriormente il dibattito politico in paese: «Le antenne non si fermano con gli slogan o con la fascia in testa. Si fermano con atti amministrativi chiari, protocollati e depositati nei termini di legge».

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