La settimana che inizierà domani, lunedì 18 maggio, potrebbe rivelarsi una delle più importanti – e forse decisive – nell’inchiesta sul duplice avvelenamento da ricina costato la vita ad Antonella Di Ielsi e alla figlia 15enne Sara Di Vita, morte tra il 27 e il 28 dicembre scorsi in circostanze inizialmente ricondotte a una presunta intossicazione alimentare e poi rivelatesi invece un duplice omicidio.
Dopo oltre quattro mesi di indagini serrate, gli uomini della Squadra Mobile di Campobasso diretti da Marco Graziano, coordinati dalla Procura della Repubblica di Larino guidata da Elvira Antonelli, si preparano a un nuovo giro di audizioni che dovrebbe riportare in Questura diversi familiari e persone già ascoltate più volte nelle ultime settimane. Tra i nomi che, secondo quanto trapela, potrebbero essere nuovamente convocati figurano ancora una volta Gianni Di Vita – commercialista, ex sindaco di Pietracatella, marito di Antonella e padre di Sara – la cugina Laura Di Vita e altri parenti stretti delle vittime.
Un dato, ormai, sembra emergere con sempre maggiore chiarezza: il baricentro investigativo continua a gravitare quasi esclusivamente attorno all’ambito familiare più ristretto. Una circostanza confermata indirettamente anche dalle ultime ricostruzioni giornalistiche nazionali.
A rafforzare questa linea d’indagine vi sarebbe anche la scelta degli investigatori di ascoltare nei giorni scorsi don Stefano Fracassi, parroco di Pietracatella, ritenuto una figura potenzialmente importante nella ricostruzione degli ultimi giorni di vita di Antonella e Sara. Secondo quanto emerso, Antonella si sarebbe confidata proprio con il sacerdote il giorno di Natale, quando la figlia aveva iniziato ad accusare i primi sintomi del malessere poi rivelatosi fatale. La speranza degli investigatori è che da quei colloqui possano emergere elementi utili a comprendere meglio eventuali tensioni familiari, rapporti deteriorati o stati d’animo rimasti finora in ombra.
Le parole pronunciate da una zia di Antonella davanti alle telecamere di “Dentro la Notizia” hanno nel frattempo contribuito ad alimentare ulteriormente il dibattito attorno al caso. «È proprio un omicidio», ha dichiarato senza esitazioni, escludendo l’ipotesi dell’incidente e lasciando intendere la convinzione che dietro l’introduzione della ricina nell’ambiente domestico possa esserci stata una pianificazione. «Nessuno vuole dire la verità, c’è qualcuno che sa, ma non parla», ha concluso la donna.
Ed è proprio l’idea della premeditazione uno degli aspetti che più inquietano investigatori e opinione pubblica. Perché se, a distanza di oltre quattro mesi, ancora non risultano iscritti indagati nel registro della Procura, appare evidente che chi ha agito – se davvero si è trattato di un’azione deliberata – potrebbe aver pianificato ogni dettaglio con estrema lucidità, a partire dalla scelta di un veleno raro, difficile da individuare e quasi mai utilizzato in casi di cronaca italiana.
La ricina, sostanza altamente tossica derivata dai semi di ricino, rappresenta infatti un agente velenoso rarissimo nelle casistiche criminali italiane contemporanee. In letteratura medico-forense e nella cronaca giudiziaria internazionale esistono pochissimi episodi documentati di omicidi mediante ricina, spesso associati a contesti di estrema pianificazione o a casi di particolare complessità investigativa. Un elemento che rende ancora più difficile il lavoro degli inquirenti e, allo stesso tempo, rafforza la sensazione di trovarsi di fronte a un delitto tutt’altro che improvvisato.
Parallelamente alle nuove audizioni, la prossima settimana potrebbe riportare gli specialisti della Scientifica di Campobasso e Napoli all’interno della palazzina di via Risorgimento, ancora sotto sequestro. Secondo indiscrezioni, si tratterebbe di un sopralluogo altamente tecnico, finalizzato alla ricerca di eventuali tracce residue del veleno o di qualsiasi elemento utile a chiarire le modalità della somministrazione. Operazioni che richiederebbero strumentazioni sofisticate e personale altamente specializzato. A supportare la Squadra Mobile continua intanto a operare pure il Servizio Centrale Operativo, l’élite investigativa della Polizia di Stato chiamata ad affiancare le indagini più delicate e complesse del Paese.
Nel frattempo, prosegue senza sosta anche il lavoro sugli apparati digitali sequestrati: smartphone, tablet, computer e router vengono analizzati alla ricerca di eventuali chat, cronologie web, ricerche online sulla ricina o possibili elementi che possano aiutare a ricostruire il movente e l’eventuale pianificazione dell’omicidio. Gli investigatori stanno verificando anche forum e community online in cui, nei mesi precedenti alla tragedia, sarebbero comparsi riferimenti inquietanti a veleni e modalità di somministrazione.
L’impressione – pur nel massimo riserbo mantenuto da Procura e Squadra Mobile – è che gli investigatori abbiano ormai circoscritto il campo e stiano lavorando per consolidare un quadro probatorio inattaccabile prima di qualsiasi eventuale svolta giudiziaria. La ripetizione delle audizioni e il continuo incrocio delle dichiarazioni sembrano infatti indicare un metodo investigativo estremamente prudente e rigoroso, volto a non lasciare nulla al caso.
Resta allora la domanda che continua a tormentare Pietracatella, il Molise e l’intero Paese: chi ha ucciso Antonella e Sara, e soprattutto perché?
Un interrogativo che, forse, potrebbe iniziare ad avere una risposta proprio nei prossimi giorni. ppm

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