Non è stata una semplice inaugurazione, ma la costruzione concreta di un presidio. La “stanza tutta per sé”, realizzata all’interno della caserma della Compagnia Carabinieri, entra in funzione con un obiettivo preciso: intercettare la violenza prima che diventi solo un fascicolo, prima che emerga nei numeri, prima che sia troppo tardi. È questo il filo che tiene insieme interventi, dati, riflessioni e testimonianze di una mattinata densa, partecipata, costruita su un’ora di contenuti che raccontano senza filtri la complessità del fenomeno. Il livello istituzionale è alto e non è un dettaglio. Il comandante della Legione Carabinieri “Abruzzo e Molise” generale di brigata Gianluca Feroce, il prefetto di Campobasso Michela Lattarulo, la procuratrice capo Elvira Antonelli, la procuratrice minorile Rosanna Venditti, il garante regionale dei diritti della persona Maria Spadaro, il presidente dell’Ordine degli Psicologi del Molise Alessandra Ruberti, il sindaco di Larino Giuseppe Puchetti, insieme ai vertici dell’Arma sul territorio – il colonnello Luigi Di Santo e il capitano Vincenzo Bazzurri – e al mondo Lions con il governatore distrettuale Stefano Maggiani, Nicola Muricchio, il presidente del Leo Club Marco Glave e l’officer distrettuale del Molise Domenico Fabbiano. Una presenza corale che racconta una cosa precisa: senza rete, non si va da nessuna parte. A chiarire subito il senso dell’iniziativa è il generale Feroce: «Queste strutture servono a sostenere le vittime in maniera discreta, protetta. Ma il nostro impegno non è solo repressivo: passa attraverso la formazione, la qualificazione del personale, la creazione di una rete». Il punto centrale è un altro, ed è quello che ritorna più volte nel corso della mattinata: «Non parliamo solo di donne, ma di tutte le persone fragili. E soprattutto sappiamo che esiste un sommerso enorme». È qui che la “stanza” cambia natura: non è un luogo dove si arriva dopo, ma uno spazio che deve favorire l’emersione. «Si può intervenire anche prima della denuncia – aggiunge – attivando canali informali, conoscendo il territorio, entrando nelle relazioni». Il prefetto Michela Lattarulo traduce questo approccio in una linea chiara: «È una giornata importante perché rappresenta un passo avanti nella lotta ai maltrattamenti familiari». Ma soprattutto: «La denuncia si promuove attraverso la fiducia. Se una persona non si sente al sicuro, non parlerà mai». È una frase che sintetizza l’intero progetto. La stanza nasce esattamente per questo: costruire fiducia. Il quadro si completa con i dati forniti dalla Procura. Elvira Antonelli non usa giri di parole: «Abbiamo circa 50 fascicoli a trimestre per reati di codice rosso». Violenza domestica, stalking, abusi, revenge porn. Numeri che già raccontano una pressione costante. Ma la stessa Antonelli chiarisce subito il limite: «Questo è solo il dato ufficiale. Il sommerso è elevatissimo». E ancora: «L’aggressività aumenta. Ci sono giornate in cui registriamo anche due o tre iscrizioni». Il fenomeno cresce, si trasforma, si radica. E la risposta deve adeguarsi. «Serve sempre più specializzazione – spiega – e serve intervenire subito. Per questo c’è un’osmosi continua con le forze dell’ordine: noi portiamo il sapere giuridico, loro quello investigativo». Il tempo è un fattore decisivo. «Entro pochi giorni dall’iscrizione si valutano le misure cautelari. E in molti casi si arriva a provvedimenti restrittivi immediati». Ma il nodo vero resta sempre lo stesso: far emergere. «Le stanze come questa servono a evitare la vittimizzazione secondaria – sottolinea Antonelli –. Le persone non devono essere costrette a ripetere più volte il proprio vissuto. Devono trovare un ambiente empatico, capace di accogliere». Non è un dettaglio tecnico, è un passaggio culturale. Su questo insiste anche Rosanna Venditti, che allarga il discorso. «Il diritto alla vita non è solo esistenza, è libertà. Libertà di autodeterminarsi, di scegliere, di essere». E qui arriva uno dei passaggi più forti dell’intera mattinata: «Esistono ancora dei “burqa interiori”. Non si vedono, ma impediscono alle donne di uscire da relazioni violente». È una definizione che fotografa il problema meglio di qualsiasi dato. «Questa stanza deve essere un luogo di liberazione», aggiunge. Non solo fisica, ma emotiva, psicologica. Maria Spadaro, garante regionale, lega il tema alla responsabilità collettiva: «Parliamo di vulnerabilità e di un impegno che riguarda tutti». Non solo istituzioni. «Il diritto serve a rendere sopportabile ciò che oggi rende fragile una persona». E quindi: «Questo spazio è un punto di partenza per un percorso di uscita». Gli psicologi, con Alessandra Ruberto, riportano il discorso sulla complessità del fenomeno: «La violenza non è solo quella dell’uomo sulla donna. È violenza psicologica, economica, relazionale. Riguarda anziani, coppie, contesti diversi». E soprattutto: «È ancora in gran parte sommersa». Il lavoro, quindi, è doppio: far emergere e accompagnare. «Siamo in prima linea con le forze dell’ordine. L’ascolto è fondamentale, ma anche la cura». E non solo delle vittime: «Si lavora anche sul recupero degli autori di violenza». Il sindaco Giuseppe Puchetti riporta il discorso alla dimensione locale: «Questa stanza è un esempio per il territorio». Ma soprattutto: «Non è un luogo di giudizio. Qui le persone devono sentirsi ascoltate». È il passaggio chiave per superare la paura. «Molte persone non parlano perché hanno paura. Qui devono trovare il coraggio». Accanto alle istituzioni, il mondo Lions è parte integrante del progetto. Non solo supporto, ma costruzione concreta. Marco Glave, presidente del Leo Club, lo dice chiaramente: «Non è solo un obiettivo associativo, è un traguardo umano». Dietro c’è un lavoro lungo, condiviso. «Abbiamo voluto creare uno spazio sicuro, accogliente, capace di diventare un punto di riferimento». Stefano Maggiani ribadisce il ruolo dell’associazione: «Siamo sempre al fianco delle istituzioni e dei più fragili. Questo è il terzo intervento in Molise». Domenico Fabbiano allarga il quadro: «La violenza di genere è un’emergenza nazionale. Servono educazione e azioni concrete». E questa stanza è una di quelle. Dalle interviste emerge una linea ancora più netta. L’Arma dei Carabinieri sottolinea la continuità dell’impegno: «Per noi ogni giorno è importante. Rafforziamo la sensibilità verso le persone fragili». Non è un evento, è un lavoro quotidiano. Il prefetto torna sul concetto chiave: «È un passo avanti verso un livello maggiore di civiltà». Antonelli insiste sull’urgenza: «I casi aumentano, serve sempre più specializzazione». Maggiani chiude sul piano operativo: «Essere qui significa dimostrare concretezza». La stanza, nel concreto, è stata progettata per rompere una barriera. Spazio separato, ambiente accogliente, attenzione ai minori con un’area dedicata. Non è estetica, è funzione. Creare le condizioni perché chi entra possa parlare. Perché il problema non è solo la violenza, ma il silenzio che la circonda. Ed è proprio questo il dato che resta alla fine della giornata. Tutti lo dicono, in forme diverse: la violenza cresce, ma soprattutto non si vede. Il “numero scuro” è enorme. E allora la risposta non può essere solo repressiva. Deve essere preventiva, culturale, relazionale. La “stanza tutta per sé” si inserisce esattamente qui. Non come simbolo, ma come strumento. Un luogo dove iniziare. Dove trovare ascolto, protezione, orientamento. Dove trasformare un’esperienza chiusa nel silenzio in un percorso. Non risolve tutto. Ma cambia il punto di partenza. E in un territorio dove troppo spesso la violenza resta invisibile, non è poco.

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