Sono passati quattro anni, ma quel 14 luglio del 2009 non si dimentica. No, non sempre il tempo riesce a guarire le ferite, non sempre basta voltare le pagine di un calendario per veder affievolire un dolore che ha trafitto il Molise e commosso tutta l’Italia. Quel drammatico 14 luglio resta impresso nella memoria di quanti non hanno mai dimenticato il sorriso di Alessandro Di Lisio, il suo sorriso che spuntava da sotto un elmetto, il sorriso di un giovane, vittima di un agguato in quella terra polverosa, lontana. In Afghanistan. Terra assetata di pace dove però continuano a morire ragazzi che ogni giorno danno l’anima per cercare un’alternativa alla guerra, alla guerra santa. Anche Alessandro Di Lisio era impegnato in una missione di pace. Era lì da quattro mesi, guastatore della Folgore in forza all’ottavo reggimento di Legnago. Quella terra così martoriata Alessandro la conosceva piuttosto bene, c’era già stato qualche anno prima, nel 2005. Sapeva le difficoltà del suo lavoro, conosceva il pericolo, ma la paura – perché in una Paese come l’Afghanistan non si può non aver paura – era niente in confronto al desiderio di restituire a quella gente un po’ di serenità o forse semplicemente un po’ più di amore verso la vita. Alessandro la vita la amava, lo si leggeva nei suoi occhi, anche quando ripuliva quella Terra ostile dalle mine disseminate ovunque. Un compito difficile il suo. In continua allerta, anche fuori dal suo orario di lavoro, perché Alessandro sapeva che per riportare la pace non c’era tempo da perdere. E in fretta se n’è andata anche la sua vita. In un attimo, un ordigno preparato dai talebani ha ucciso lui e ferito gravemente altri tre paracadutisti: Andrea Maria Cammarata, Giacomo Donato Bruno e Simone Careddu. Anche loro erano con lui su quel mezzo, un Lince, al momento dell’attentato. Poi più nulla, in pochi secondi distrutti i sogni di una vita, distrutta una vita. Quella drammatica notizia il quel maledetto 14 luglio fece subito il giro del mondo. Campobasso divenne muta, pietrificata. Anche chi non conosceva personalmente Alessandro non riusciva a trattenere le lacrime o una rabbia fortissima perché non si può veder morire così un militare. Quel giorno il dolore di una nazione era tutto negli occhi di mamma Dora e papà Nunzio. Nella loro compostezza, nell’essere vicini al loro Alessandro anche quando ormai Alessandro non c’era più. Poi l’arrivo a Campobasso della salma, avvolta nel Tricolore. Il lungo applauso della sua città fu un piccolo tributo ad un giovane eroe. E oggi l’eco di quelle mani che battevano senza fermarsi fa tornare i brividi sulla pelle, riempire gli occhi di lacrime e apprezzare ancora di più il sacrificio di quel ragazzo che ha lasciato un segno in tanti cuori. E chissà se da lassù Alessandro ha sentito tutto l’amore della sua gente e chissà se continua a sorridere.

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