C’è un filo nero che attraversa cinquant’anni di storia italiana. Un filo che lega i santuari della P2 alle stanze del potere contemporaneo. È il filo della restaurazione della casta.
Il giornalista e conduttore di Report Sigfrido Ranucci ha presentato ieri pomeriggio, in un Teatro Savoia sold out , il suo ultimo libro “Il ritorno della casta – Assalto alla giustizia”.
L’incontro, organizzato con il supporto di Tékne Associazione di Promozione Sociale e il patrocinio del Comune di Campobasso, ha visto Ranucci dialogare con il giornalista molisano Giovanni Di Tota.
Al centro dell’appuntamento il rapporto tra potere e informazione, le riforme della giustizia e il ruolo della magistratura. Nel testo il volto di Report approfondisce dinamiche e retroscena legati ai sistemi di potere, proponendo una riflessione sullo stato della democrazia e sull’autonomia dell’informazione.
«La casta è cambiata nel senso che oggi è più ‘raffinata’. Prima faceva le cose di nascosto, ora invece alla luce del sole. Ho sentito parlare di dose minima di tangenti e mazzette che possono essere sopportate – ha evidenziato Ranucci -. Far passare questo concetto è davvero molto pericoloso. Stiamo andando alla deriva e la questione morale, che aveva animato la questione politica anni fa, è completamente sparita dall’agenda».
Ranucci apre il suo ultimo lavoro con una lettera di scuse rivolta alla Repubblica. «Mi sembra evidente che non abbiamo rispettato i punti fondamentali della Costituzione. Penso al diritto al lavoro, alla sicurezza sul lavoro, al diritto alla salute, con milioni di persone che non hanno più accesso alle cure perché non possono permetterselo. Penso all’istruzione. Docenti lasciati completamente soli nella gestione della rivoluzione digitale».
«Nel libro non ho fatto altro che mettere insieme dei pezzi di un mosaico partendo da Tangentopoli, quando nel 1992 oltre cinquemila avvisi di garanzia hanno sgretolato il Parlamento, la classe politica e quella imprenditoriale. Si è scoperto che una sosteneva l’altra. In cambio di tangenti si affidavano lavori pubblici e, in mezzo, le vittime erano i cittadini, con la sottrazione di risorse per la sanità, il welfare, l’insegnamento, per le strade sicure, ma anche per il funzionamento della giustizia. Finito quel periodo la casta si è rigenerata mettendo al governo un uomo che era pupillo e responsabile di quel sistema. La prima cosa che ha provato a fare Berlusconi è stata mettere il ministro della giustizia sotto il proprio mandato. Un’operazione fermata da Scalfaro. Attraverso le varie leggi ad personam ha condizionato in vari modi l’iter della giustizia. Il risultato delle varie riforme, l’ultima in ordine di tempo la riforma Cartabia, non è stato rendere più efficiente e veloce la giustizia, ma quello di condizionare i provvedimenti contro i colletti bianchi, che sono diminuiti del 90%. O sono diventati tutti virtuosi o più probabilmente – ha proseguito – si è messo mano a delle leggi che hanno reso più complicato procedere contro la casta intoccabile».
Sul referendum della giustizia dello scorso marzo Ranucci ha sottolineato come per lui fosse «una resa dei conti. È un regolamento di conti tra la casta e la magistratura.
Un referendum non sulla giustizia, ma contro la magistratura. Un referendum che aveva una visione più ampia, che veniva da lontano. Abbiamo visto personaggi come Musk attaccare i magistrati sui centri in Albania. Penso a Steve Bannon e a Donald Trump. Abbiamo assistito in questi anni alla disgregazione del diritto internazionale e al tentativo di indebolire e disgregare il diritto all’interno dei singoli Paesi. Per fare cosa? Una multinazionale che viene ad investire in un Paese, se ha contro un giornalista o un magistrato ‘rompiscatole’, vede rallentato il proprio progetto. Questa risposta l’abbiamo trovata negli Epstein files, dove sono emerse delle mail che coinvolgevano una multinazionale come Eternit. Quando i magistrati hanno scoperto, dagli anni ’70, che l’amianto avrebbe causato la morte dei lavoratori si è sviluppata un’inchiesta lunghissima, che ha portato alla condanna in primo e secondo grado del patron della Eternit. Abbiamo delle mail che provano come il management della Eternit si sia rivolto al Mossad per condizionare l’esito dell’ultimo grado di giudizio, perché se la sentenza fosse passata in giudicato sarebbe stata una sentenza pilota che avrebbe portato, oltre alla condanna del proprietario, a risarcimenti miliardari. Abbiamo capito che a questo serve condizionare e rendere più debole la magistratura. Una multinazionale può venire sul territorio, inquinare, fare macelleria sociale ed economica e, se non c’è un magistrato e un giornalista indipendente, ha via libera».
Ranucci rivela così le ipocrisie e le falle dell’ultimo assalto mirato a mortificare uno dei tre poteri dello Stato.
Non sono mancati infine riferimenti circa le polemiche dell’ultima settimana, legate alla grazia concessa a Nicole Minetti e alla possibile presenza del ministro della Giustizia Carlo Nordio nel ranch uruguaiano di Giuseppe Cipriani, compagno della Minetti.
«Sono stato accusato di aver dato una notizia non verificata. Che cosa ho detto? Ho detto che siamo sulle tracce di una testimonianza raccolta in queste ore dove una fonte ci ha detto di aver visto Nordio, i primi giorni di marzo, in Uruguay e di averlo visto nel ranch di Cipriani. Stiamo verificando una pista e quindi la prendiamo col beneficio dell’inventario. Ora, sicuramente sono caduto in un eccesso, mi copro il capo di cenere. Tuttavia non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia, che è una cosa un po’ diversa».
Con queste parole nella puntata di Report di domenica scorsa, Sigfrido Ranucci si è scusato e ha chiarito la sua posizione dopo l’intervento durante la trasmissione “È sempre Cartabianca”, condotta da Bianca Berlinguer su Rete4. Il conduttore di Report nella trasmissione ha anche spiegato: «Sento il dovere di informarvi che, davanti ad un’eventuale denuncia del ministro della Giustizia, rinuncio già da ora ad esporre l’azienda, che gestisce soldi pubblici, a eventuali rischi. Affronterò un eventuale giudizio a mie spese». e.f.























