Sono ore decisive quelle relative all’indagine sul giallo di Pietracatella che ha visto la morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara, 15 anni, tra il 27 e il 28 dicembre all’ospedale Cardarelli, a seguito di avvelenamento da ricina. Un caso complesso, che continua a muoversi su più fronti investigativi e che, giorno dopo giorno, aggiunge nuovi tasselli a un quadro ancora lontano dall’essere definito.
Nella mattinata di ieri, alle 9.30, negli uffici della sezione di Polizia giudiziaria della Procura di Campobasso, si sono svolti gli accertamenti tecnici irripetibili sul telefono cellulare di Alice Di Vita, figlia e sorella delle vittime. L’obiettivo è chiaro: estrapolare e analizzare chat, messaggi, conversazioni e mail della 19enne, al fine di reperire elementi utili alle indagini.
Un passaggio delicato ma necessario, che, occorre precisare, non riguarda un’azione nei confronti di Alice in veste di indagata. La ragazza, così come il padre Gianni, risultano attualmente parte offesa nel procedimento. L’inchiesta della Procura di Larino procede infatti su due distinti filoni: da un lato l’ipotesi di omicidio colposo e lesioni personali, per la quale risultano iscritti nel registro degli indagati cinque medici; dall’altro quella, ben più grave, di duplice omicidio volontario contro ignoti.
Agli accertamenti erano presenti alcuni dei legali delle parti coinvolte: Paolo Lanese, che assiste il fratello di Antonella, Fabio Albino e Domenico Fiorda, difensori di uno dei medici del Pronto soccorso e Vittorino Facciolla, legale di Alice e Gianni.
Assente, invece, la procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, impegnata a Pavia. Secondo quanto trapela dal palazzo di giustizia molisano, l’incontro al Centro antiveleni – che ha rilevato la presenza di ricina nel sangue delle due vittime – sarebbe stato finalizzato al conferimento di ulteriori incarichi agli esperti coinvolti nel caso.
Sempre nell’ambito degli accertamenti tecnici è prevista anche la rilevazione ed estrapolazione delle posizioni dell’I-Phone di Alice, ovvero la geolocalizzazione del dispositivo, un ulteriore strumento utile a ricostruire spostamenti e contatti nelle ore cruciali anche se, secondo quanto emerso, Alice non si sarebbe mai recata in ospedale quando si sono verificati gli accessi. Su questo punto l’avvocato Fabio Albino ha mantenuto il massimo riserbo: «Non posso esprimermi perché stiamo valutando una tesi su questo aspetto».
Intanto, lunedì sera, è stata ascoltata anche Maria, madre di Laura Di Vita e zia di Gianni, uscita dalla Questura di Campobasso dopo circa tre ore di audizione. Secondo la donna ciò che è avvenuto è frutto di «un fatto accidentale». Incalzata dai giornalisti, come si vede in un video pubblicato dal Corriere della Sera, ha risposto di non sapere come la sostanza sia finita in casa del nipote. La figlia Laura, ha spiegato, «è molto serena». E sul motivo dei ripetuti interrogatori ha aggiunto: «Anche io sono stata sentita due volte…».
Resta da capire se tra le sue dichiarazioni e le circa cinquanta testimonianze raccolte vi siano eventuali discrepanze. Di certo, le indagini proseguono serrate.
Gli investigatori avevano iniziato a seguire la pista del duplice omicidio ben prima dell’allerta arrivata a inizio marzo dal Centro antiveleni. Non è chiaro quale elemento abbia determinato il cambio di rotta rispetto all’impostazione iniziale, che vedeva indagati solo i cinque medici, sospettati di aver sottovalutato i sintomi manifestati da Antonella e Sara fin dal giorno di Natale. Non si esclude che una contraddizione emersa nei primi interrogatori o una frase ritenuta sospetta possano aver orientato diversamente l’inchiesta.
Tra le ipotesi al vaglio c’è anche quella della premeditazione. La ricina rinvenuta nei corpi delle vittime – ma non nel sangue di Gianni – è infatti una sostanza altamente volatile, che tende a scomparire rapidamente. Chi l’ha maneggiata, secondo gli inquirenti, ne conosceva con ogni probabilità le caratteristiche.
Ulteriori dettagli arrivano dalle dichiarazioni dell’avvocato Pietro Terminiello, difensore di uno dei medici indagati, che ipotizza un avvelenamento in due fasi. La prima coinciderebbe con la data già individuata dagli investigatori; la seconda potrebbe essere avvenuta il 26 dicembre, quando madre e figlia, già dimesse, ricevettero a casa la visita di un medico per la somministrazione di flebo, visto l’evidente stato di disidratazione.
Un elemento che, al momento, non viene considerato decisivo. L’uomo, tra l’altro, sarebbe stato già ascoltato dagli inquirenti nei giorni successivi ai decessi.
Le flebo potrebbero trovarsi ancora nell’abitazione dei Di Vita, attualmente sotto sequestro, ma non si esclude che siano state gettate via e che quindi risulti ora impossibile recuperarle. L’appartamento, una palazzina a tre piani in via Risorgimento, sarà presto oggetto di un nuovo sopralluogo da parte della Scientifica.
Nel frattempo, si allungano i tempi per i risultati definitivi: la consegna degli esiti dell’autopsia, inizialmente prevista per fine aprile, è slittata di un mese a causa della complessità del caso.
Sul fronte difensivo, l’avvocato Fabio Albino ha ribadito la posizione dei sanitari: «La relazione del Maugeri ha accertato matematicamente che si è trattato di ricina e questo alleggerisce automaticamente la posizione del nostro assistito indagato. Già prima avevamo segnalato che sono state seguite linee guida e protocolli prescritti dalle direttive del ministero». E ha aggiunto: «Certo è assurdo che da un lato si ipotizzi un omicidio volontario, peraltro duplice e reiterato, e dall’altro continuino ad essere indagati i medici del Pronto soccorso: è una situazione paradossale».
Secondo il racconto del medico assistito, durante il primo accesso in ospedale le vittime avevano riferito sintomi compatibili con una gastroenterite, insistendo per tornare a casa nonostante i malori. La situazione sarebbe precipitata il giorno successivo, con Sara in condizioni gravissime: «Non si reggeva in piedi, diceva frasi sconnesse, è svenuta e caduta. I medici si sono allarmati, hanno applicato le terapie previste e l’hanno trasferita in Rianimazione, dove purtroppo non c’è stato nulla da fare».
Fondamentale, in queste ore, resta l’analisi del contenuto del cellulare di Alice. Dopo le operazioni di download, verrà fatta una copia forense che sarà data a tutti gli avvocati.
Una volta completata l’acquisizione, il materiale sarà trasmesso integralmente alla Squadra Mobile. Solo allora sarà possibile comprendere se nelle conversazioni vi siano riferimenti utili, magari legati ai sintomi, ai pasti consumati o all’operato del personale sanitario.
Cauto anche il legale Vittorino Facciolla: «Quando avremo tutti i dati potremo farci un’idea del contenuto, ma fino ad allora abbiamo solo avviato le attività». Quanto allo stato d’animo dei suoi assistiti: «Sono preoccupati, non per l’attività investigativa ma soprattutto per ciò che è accaduto. Sono i primi ad attendere una svolta. Hanno perso i loro congiunti in modo violento e sono estremamente preoccupati per l’esito delle ricerche della ricina. Se si muore in maniera così violenta e non ci si spiega la ragione, la preoccupazione è insita nella vicenda. C’è anche una forma di paura inevitabile che nasce da ciò che non si conosce e che, potenzialmente, si potrebbe ripetere».
Facciolla ha anche ribadito la piena disponibilità dimostrata fino ad oggi dai suoi assistiti e ha invitato tutti alla prudenza: «Lo spazio del dolore non lo dobbiamo dimenticare altrimenti disumanizziamo tutto, e questo non è possibile».
Infine ha aggiunto: «Lasciamo che gli inquirenti lavorino tranquillamente con un rapporto di estrema collaborazione. Restiamo fiduciosi rispetto a ciò che potrà emergere dagli accertamenti».
Intanto oggi gli accertamenti tecnici si spostano a Bari dove il medico legale incaricato dalla Procura, la dottoressa Benedetta Pia De Luca, ha convocato legali e consulenti delle parti per l’analisi dei vetrini istologici dei campioni rilevati nel corso delle autopsie.
Un punto fermo, dunque, al momento non c’è. Tra ipotesi di incidente e scenario di omicidio, gli inquirenti mantengono aperte tutte le piste. In un caso che, anche per la rarità dell’utilizzo della ricina, impone massima cautela e un lavoro investigativo meticoloso.
L’unico obiettivo, condiviso da tutte le parti coinvolte, resta uno: fare piena luce su quanto accaduto.























