L’inchiesta sul duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita continua a muoversi nel riserbo più assoluto, ma senza soste. Anche ieri gli uomini della Squadra Mobile di Campobasso guidati da Marco Graziano hanno lavorato per ore negli uffici della Questura del capoluogo, pur senza procedere – almeno formalmente – all’ascolto di persone informate sui fatti. Un elemento piuttosto raro da quando la Procura di Larino ha qualificato il caso come omicidio premeditato aggravato dall’utilizzo della ricina.
Secondo quanto trapela da fonti investigative, la giornata sarebbe stata dedicata soprattutto all’analisi degli elementi raccolti e alla preparazione delle prossime audizioni. Probabilmente già oggi potrebbero infatti tornare davanti agli investigatori Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita, sua madre e lo stesso Gianni, marito e padre delle vittime. Convocazioni che confermano ancora una volta come il baricentro investigativo continui a restare concentrato quasi esclusivamente sull’ambito familiare. Un orientamento ormai evidente da settimane e che gli investigatori starebbero consolidando attraverso comparazioni, riscontri tecnici e verifiche incrociate delle dichiarazioni rese dai vari protagonisti della vicenda.
Proprio le contraddizioni emerse nel raffronto tra alcune testimonianze rappresentano uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta. Gli investigatori stanno verificando con estrema attenzione discrepanze, incongruenze temporali e dettagli che non coinciderebbero pienamente con gli elementi acquisiti attraverso le attività tecniche e scientifiche. Potrebbero trattarsi di semplici vuoti di memoria o di ricostruzioni alterate dal trauma e dal tempo trascorso. Ma la Squadra Mobile non esclude che qualcuno possa non aver raccontato tutto ciò che sa.
In questo quadro continua a prendere corpo la convinzione investigativa che i sospetti più fondati si concentrino soprattutto su due persone, verosimilmente due donne appartenenti al contesto familiare delle vittime. Nessun nome viene ufficialmente confermato dagli inquirenti, ma è evidente che il cerchio si stia restringendo attorno a un nucleo estremamente limitato di soggetti.
Nelle ultime ore si è appreso che le note trovate nel telefono di Alice Di Vita, la figlia e sorella sopravvissuta alla tragedia – annotazioni relative ai pasti consumati nei giorni precedenti al Natale – sarebbero state scritte su precisa indicazione dell’avvocato Paolo Lanese nei giorni immediatamente successivi ai decessi e prima ancora delle autopsie. Lo ha confermato lo stesso legale nel corso di un approfondimento sul caso realizzato dall’emittente Telemolise.
«Abbiamo chiesto di fare così – ha spiegato Lanese – perché prevedevamo esami testimoniali in questura a distanza di tempo e volevamo evitare che si perdessero informazioni potenzialmente utili». Una precisazione che tenta di chiarire la natura di quelle annotazioni finite ora al centro delle attività investigative e dell’analisi forense sul cellulare sequestrato ad Alice.
Sempre durante la trasmissione televisiva è intervenuto anche l’avvocato Vittorino Facciolla, difensore di Gianni Di Vita, il quale ha sottolineato come il suo assistito abbia collaborato pienamente con gli investigatori, avanzando perfino ipotesi e segnalando eventuali rapporti conflittuali che avrebbero potuto costituire un possibile movente per soggetti terzi.
Parallelamente, però, continua ad assumere un peso sempre più rilevante anche il filone digitale dell’inchiesta. Gli specialisti della Mobile stanno approfondendo chat, forum e ricerche online relative alla ricina e ad altri veleni. In particolare avrebbero suscitato forte attenzione alcune conversazioni attribuite a un paio di utenti anonimi che, nei mesi precedenti ai delitti di Pietracatella, avrebbero eseguito ricerche estremamente dettagliate sulle modalità di somministrazione della ricina, sugli effetti del veleno e persino sulla possibilità di impedire reazioni immediate nelle vittime.
Messaggi inquietanti, comparsi già durante l’estate scorsa su forum e community online, nei quali si parlava apertamente di «veleni ad azione rapida», di sostanze capaci di agire sul sistema nervoso e di modalità di avvelenamento mascherate dietro la giustificazione della «trama di un romanzo». Elementi che gli investigatori stanno cercando di collegare – o eventualmente escludere – rispetto alla vicenda molisana.
Nel frattempo proseguono anche gli approfondimenti sui dispositivi elettronici sequestrati durante i sopralluoghi nella palazzina di via Risorgimento, ancora sotto sequestro. Smartphone, computer, router e tablet vengono analizzati nella speranza di trovare riscontri utili a chiarire la pianificazione del duplice omicidio e le dinamiche della somministrazione del veleno.
A oltre quattro mesi dalla tragedia, resta una sola certezza: Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sono state uccise con una sostanza rarissima e devastante come la ricina. Un delitto che, per modalità e freddezza, continua a scuotere il Molise e che gli investigatori stanno affrontando con un rigore investigativo quasi assoluto, evitando fughe di notizie e ricostruzioni affrettate.
ppm

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*